😱 Perché le principesse ottomane temevano la loro prima notte di nozze (censurato per 600 anni)

In un silenzio impenetrabile di un’alba del 1623, un gemito straziante trafisse le mura di marmo del palazzo di Topkapi. Non era il gemito di una ferita di guerra, né il clamore di un nemico catturato. Erano le grida di una ragazza di 15 anni, la principessa Fatma Sultan, figlia del sovrano più potente della terra. Le sue grida scossero i corridoi come lame di ghiaccio e persino gli eunuchi di guardia alle porte si ritirarono spaventati, non osando interrompere quel momento proibito.

Ciò che accadde quella notte non fu una semplice sventura domestica, ma la rivelazione del prezzo nascosto che ogni figlia del sultano doveva pagare, un prezzo inciso nella carne e nell’anima che la storia ufficiale ha cercato di tacere per 600 anni. Quelle urla non nascevano da ferite fisiche, ma da un rituale segreto che spezzava lo spirito prima di spezzare il corpo, condannando le principesse a un’esistenza d’ombra prima di raggiungere l’età adulta. Per oltre sei secoli, l’Impero Ottomano mantenne un protocollo di preparazione al matrimonio così sinistro che nemmeno i più acerrimi nemici del trono lo avrebbero augurato alle proprie figlie.

Era un sistema accuratamente cancellato dalle cronache, nascosto dietro razzi e mura dorate e riscoperto solo secoli dopo, grazie a documenti trovati negli archivi segreti di Istanbul nel 2019. Milioni di anime in tutto il mondo, dai contadini alle dame di corte, sognavano la fortuna di vivere come principesse ottomane, circondate da seta, gioielli e obbedienza. Ma dietro quelle mura splendenti non dimorava il lusso, bensì un incubo così raffinato da spingere molte di queste giovani donne a desiderare la morte prima di raggiungere il letto nuziale.

E ora, in questa narrazione, voi, come me, sarete testimoni della verità nascosta che è rimasta chiusa a chiave per sei secoli. Preparatevi perché ciò che state per scoprire non è una favola, ma una storia dell’orrore accuratamente travestita da cerimonia imperiale. Prima di continuare, vi chiedo una cosa. Se questa storia ha già fatto rabbrividire il vostro cuore, mostrate il vostro interesse con un gesto. Iscrivetevi e lasciate nei commenti il nome della regina o della principessa il cui oscuro destino vorreste che rivelassimo nei prossimi giorni. Che si tratti di Maria Antonietta, Cleopatra o Anna Bolena, la vostra voce sceglierà il prossimo segreto che il tempo ha cercato di seppellire.

Ora, sì, accompagnatemi e scoprite perché così tante principesse ottomane nate in palazzi dorati preferirono il freddo abbraccio della tomba al destino del loro matrimonio. L’Impero Ottomano, vasto come un oceano senza sponde, proiettò la sua ombra per oltre sei secoli, dal 1299 al 1922. Fu un impero che domò tre continenti, dove il ruggito dei suoi eserciti risuonò dalle mura di Vienna alle sabbie ardenti dello Yemen. Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, quella città divenne il cuore pulsante del potere ottomano, ribattezzata Istanbul, e il Palazzo di Topkapi si ergeva come il suo gioiello più splendente. Lì, tra mura dorate e cortili profumati, si decidevano i destini di regni e anime. In quelle stanze segrete, nascoste dietro schermi di gelosia e corridoi infiniti, l’harem imperiale si trasformava in un mondo parallelo dove vivevano più di 800 donne durante il suo massimo splendore.

Era un universo racchiuso in un tessuto di seta e potere, dove ogni respiro era monitorato e ogni gesto poteva significare ascesa o condanna. Dal 1530, quando Solimano il Magnifico conferì il titolo di Haseki Sultan a sua moglie Hurrem, l’Harem non fu solo uno spazio di piacere, ma un palcoscenico per intrighi, alleanze e silenziose guerre femminili. Le concubine, per lo più schiave cristiane, catturate in terre lontane d’Europa o acquistate nei mercati del Nord Africa, arrivavano al serraglio con speranze di avanzamento. Le loro giornate erano scandite da musica, ricami, poesia e riti di obbedienza, con l’illusione di attirare lo sguardo del sultano e scambiare la loro schiavitù con il potere.

Paradossalmente, quelle giovani donne strappate alle loro case avevano per molti versi più opzioni di libertà rispetto alle figlie nate al vertice imperiale. Il cosiddetto Sultanato delle Donne, tra il 1533 e il 1656, mostrò fortemente l’impronta femminile sui destini della dinastia. Donne come Kösem Sultan o Turhan Hatice Sultan arrivarono a tenere le redini della politica, guidando consigli, decidendo guerre e scrivendo capitoli di storia ottomana con mano ferma. Tuttavia, mentre esse si ergevano come figure di potere, le principesse di sangue reale rimanevano intrappolate in un labirinto più oscuro. Erano pedine su una scacchiera diplomatica, monete umane che suggellavano patti, frenavano ribellioni o assicuravano la lealtà di potenti pasha.

È in questo contesto che nacque la principessa Fatma Sultan nel 1606, frutto dell’unione tra il sultano Ahmed I e la temuta Kösem, quella donna capace di governare dalle ombre come se fosse un imperatore. Fatma crebbe tra giardini profumati e lezioni di astronomia, tra manoscritti arabi e persiani, tra studiosi che lodavano la sua intelligenza e cronisti che ammiravano la sua bellezza. Ma né la sua conoscenza, né il suo talento, né la protezione di sua madre poterono liberarla da un destino scritto fin dalla culla: essere data in sposa come garanzia di potere e obbedienza.

L’eletto per questa unione fu Damat Kara Mustafa Pascià, un comandante temprato dalle battaglie, più vecchio di lei di 20 anni, la cui lealtà al trono era stata forgiata in campagne contro la Persia. Non c’era amore, non c’era scelta, tanto meno compassione, solo la fredda logica della politica imperiale. Per lui, il legame era una scala verso un potere maggiore; per lei, l’inizio di una tragedia. Fin dai suoi primi anni, Fatma Sultan era stata una bambina eccezionale. Parlava correntemente quattro lingue, padroneggiava la calligrafia araba e persiana con l’eleganza di un poeta e mostrava una fame insaziabile di comprendere i misteri delle stelle. Gli studiosi del palazzo la consideravano un prodigio capace di dibattere con i saggi su questioni di storia, legge e geografia. Quell’intelligenza, tuttavia, si sarebbe presto rivelata un tesoro inutile di fronte al destino che l’attendeva silenziosamente oltre le mura del serraglio.

La sua vita non le apparteneva. Fin dal momento della sua nascita, il suo futuro era stato scritto su una pergamena invisibile. Sarebbe stata data in sposa per suggellare alleanze, indipendentemente dalla sua volontà. E così la decisione cadde su Kara Mustafa Pascià, un comandante temprato dalle guerre delle campagne contro la Persia, più vecchio di lei di 20 anni. L’unione non fu forgiata nel fuoco dell’affetto, ma nel freddo calcolo del potere. Lui cercava crescita e consolidamento. Lei, appena adolescente, si vide trasformata in un pezzo sacrificale sulla scacchiera imperiale.

Tre mesi prima del matrimonio, iniziò il temuto processo di preparazione noto come Terbiyye e Mubarek, la cosiddetta educazione sacra. Questo rituale, riservato solo alle principesse, non aveva eguali in nessun’altra cultura dell’epoca. Era il prodotto raffinato di secoli di pratiche di controllo psicologico progettate per spezzare l’alterigia del sangue reale e trasformarla in un’obbedienza infallibile. Incaricata di guidare l’addestramento era Gulnar Hatun, un’anziana di 60 inverni, capo dell’harem e testimone della preparazione di più di una dozzina di principesse. Sotto la sua ferrea sorveglianza, Fatma fu condotta alla Gelin Odasi, la camera della sposa, una stanza adornata con tappeti persiani e pannelli di ebano, dove ogni dettaglio evocava sottomissione e destino. Lì, dall’alba a mezzogiorno, era obbligata a praticare rituali di riverenza. Doveva padroneggiare 18 diverse forme di inchino, posture progettate per salutare, servire, sdraiarsi e prepararsi silenziosamente all’arrivo del marito.

Camminare stesso divenne una disciplina. Fatma imparò lo Yurush e il Seçiye. Passi misurati con precisione, testa inclinata di 30 gradi, mani controllate in modo da non salire mai sopra il cuore. Ogni movimento cancellava la sua antica dignità principesca e la plasmava in una figura docile e sottomessa. Il linguaggio, tuttavia, era il tormento più crudele. Il suo vocabolario fu ridotto a sole 43 parole autorizzate, espressioni di gratitudine, accettazione, umile supplica o scusa. Qualsiasi deviazione, qualsiasi tentativo di esprimere un pensiero libero veniva punito con il digiuno forzato, il confino in celle di riflessione o l’umiliazione pubblica. La principessa doveva essere esaminata davanti a un tribunale di donne ed eunuchi presieduto dalla stessa Kösem, che giudicava la sua obbedienza come se fosse moneta in un mercato.

E rimaneva ancora l’aspetto più inquietante, le prove della prima notte chiamate Talim e Gerdek. Nelle camere sotterranee del palazzo vennero costruite repliche delle stanze nuziali, dove la principessa doveva confrontarsi con manichini di cera, figure anatomiche commissionate ad artigiani veneziani. Lì, sotto lo sguardo di istruttori severi, Fatma fu costretta a praticare gesti e azioni che nessuna giovane ragazza della sua età avrebbe dovuto conoscere. Ogni reazione veniva registrata in registri codificati. La sua paura, le sue lacrime, la sua resistenza e ogni segno di rifiuto la condannavano a più sessioni, più dolore, più condizionamento.

Così, a poco a poco, la giovane donna che aveva amato i cieli stellati si trasformò in un corpo docile, uno spirito addomesticato, prigioniera di un rituale che la spogliava della sua identità. La principessa Fatma non era più la figlia degli imperatori, ma un’apprendista della sottomissione. Il processo di addestramento non si fermava alle posture, al camminare o al silenzio imposto. Fatma Sultan fu sottoposta a una serie di test che cercavano di spezzare non solo il suo corpo, ma anche il suo spirito. Ogni gesto di resistenza, uno sguardo altezzoso, un sospiro inappropriato, era severamente punito. La punizione poteva includere il digiuno prolungato fino all’esaurimento, il confino in celle umide chiamate stanze di riflessione, o l’umiliante ripetizione di rituali davanti all’intera corte femminile, come se fosse una schiava disobbediente.

Al controllo fisico si accompagnava un programma di purificazione mentale. Fatma doveva memorizzare decine di versi da trattati ottomani e persiani sull’obbedienza coniugale, recitati ad alta voce davanti a concubine ed eunuchi che fungevano da giudici. Testi dal Nazihat Al Muluk di Al-Ghazali e frammenti dell’Akhlaq-i Muhsini le venivano imposti con parole che esaltavano la sottomissione, il sacrificio e l’obbedienza coniugale come virtù supreme. La giovane principessa, che prima recitava poesie d’amore e di astronomia, ora ripeteva con voce spenta versi che annullavano la sua volontà.

La preghiera si trasformò in un’altra catena invisibile. Cinque volte al giorno, a orari rigorosamente segnati, Fatma doveva recitare preghiere speciali create dagli Ulema dell’Impero. Non erano suppliche di libera fede, ma orazioni composte con un unico scopo: cancellare l’individualità della principessa e glorificare il suo assoluto abbandono al marito. Le sue posture di preghiera mescolavano la devozione religiosa con gesti di sottomissione coniugale, convertendo il sacro in uno strumento di controllo. Ma le umiliazioni non finivano qui. Due volte a settimana, davanti a tutta la corte femminile, Fatma doveva servire personalmente le concubine preferite di suo padre. Le lavava, le pettinava, le nutriva con le sue stesse mani e persino le vestiva per i loro incontri intimi con il sultano. Questa crudele cerimonia cercava di infrangere l’ultimo baluardo di orgoglio della principessa, costringendola ad accettare che persino le amanti di suo padre avevano diritto al suo servizio. Testimoni notarono che in più di un’occasione Fatma scoppiava in una rabbia incontrollabile, singhiozzando mentre sistemava i vestiti di quelle donne destinate a condividere l’alcova imperiale.

Una settimana prima del matrimonio il regime divenne ancora più severo. La principessa fu trasferita al Gelin Kosku, il padiglione della sposa, uno spazio isolato dove nessun suono esterno poteva penetrare. Lì, ogni aspetto della sua vita era meticolosamente controllato, dai cibi che mangiava — melograni, miele, mandorle, latte di capra, spezie yemenite — al modo in cui si lavava. I bagni quotidiani venivano eseguiti sotto la supervisione di specialisti della purificazione, usando oli profumati alla valeriana, al papavero e ai fiori d’arancio. Questi elisir, preparati da alchimisti addestrati a Cordova e Samarcanda, contenevano sostanze segrete capaci di indurre calma, docilità e, in alcuni casi, una sensazione di auto-abbandono.

Le pareti del padiglione erano coperte di arazzi che narravano, con fili di seta, scene esemplari della tradizione islamica e ottomana: donne obbedienti, fertili e sottomesse, promesse di ricompense celesti. E se la suggestione visiva non bastava, specchi veneziani strategicamente posizionati costringevano Fatma a osservarsi costantemente durante i suoi esercizi, come se fosse sorvegliata dai suoi stessi occhi. Questa pratica, nota come Muraqaba, era originariamente un esercizio mistico sufi, ma qui veniva trasformata in un’arma psicologica per costringere la principessa a guardarsi persino nei suoi pensieri più intimi. In questo confino Fatma iniziò a capire che non era più padrona della sua vita. Il suo corpo, la sua voce e persino i suoi pensieri erano stati plasmati in strumenti di obbedienza. La preparazione aveva raggiunto il suo obiettivo: non solo domare la principessa, ma cancellare la giovane curiosa e intelligente che aveva sognato il firmamento.

Il giorno stabilito arrivò il 15 marzo 1623. Fin dall’alba, Istanbul vibrava come un cuore traboccante. Le strade si riempirono di processioni, musica e incenso, mentre nelle sale del Topkapi i banchetti venivano serviti su stoviglie d’oro. C’erano danze portate dalla Persia e dall’Andalusia, canti dei migliori musicisti dell’impero e competizioni tra giannizzeri che mostravano la loro abilità davanti agli occhi del sultano. Lo splendore era tale che per il popolo sembrava un tributo ai cieli, ma per la giovane principessa era il preludio a una condanna.

I cronisti riferiscono che mentre gli ospiti festeggiavano con risate e vino, Fatma rimaneva in silenzio, le labbra secche e lo sguardo perso. I medici di palazzo, attenti a ogni gesto, registrarono sintomi che oggi chiameremmo attacchi di ansia, tremori, sudori freddi nonostante il clima fresco di marzo, perdita totale di appetito ed episodi di respirazione affannosa che facevano temere per la sua vita. Lo splendore pubblico contrastava con un terrore interiore che cresceva come un’ombra dentro di lei. Quando l’ultimo bicchiere fu alzato e gli ospiti civili lasciarono il palazzo, iniziò la processione più temuta.

Fatma fu scortata al padiglione nuziale, un edificio eretto nei giardini privati secondo piani ancestrali risalenti all’epoca di Maometto II. Era un edificio ottagonale diviso in tre livelli, ognuno destinato a un rito: purificazione, consegna e consumazione. Quell’architettura non era casuale. Ogni angolo era stato progettato per rafforzare la vulnerabilità della principessa e trasformare la cerimonia in un atto totale di sottomissione. Il primo livello, chiamato Taha Katu, era dedicato alla purificazione. Lì la giovane fu sottoposta a bagni rituali che durarono per ore: marmo di Carrara, acque profumate con essenze di rosa muschiata, gelsomino di Shiraz, sandalo di Mysore e ambra grigia somala avvolsero la sua pelle. Gli alchimisti applicarono unguenti fatti con occhio diluito, estratto di mandragora e sostanze segrete che inducevano calma e resa. I medici descrissero lo stato risultante come un’estasi di sottomissione dove il corpo si arrendeva mentre l’anima urlava silenziosamente.

Il secondo livello, Teslim Katu, era il livello della consegna. Lì Fatma fu vestita con un abito da sposa tessuto di seta bianca, ornato con fili d’oro e perle del Golfo Persico. A prima vista sembrava un abito reale. In realtà era progettato con chiusure nascoste e lacci interni che facilitavano l’immobilizzazione del corpo. La corona pesava abbastanza da limitare i suoi movimenti. Cavigliere e braccialetti limitavano discretamente la sua libertà e calzature dalla suola spessa le impedivano di fuggire. L’abito stesso era una prigione ricamata nel lusso. Mentre Fatma veniva trasformata in un simbolo di sottomissione, il suo futuro marito, il caro Mustafa Pascià, partecipava a cerimonie molto diverse. Circondato da consiglieri e veterani di guerra, riceveva istruzioni su come imporsi psicologicamente su una principessa imperiale: metodi di intimidazione, frasi calcolate per umiliare, tecniche di dominazione fisica. Tutto era predisposto per garantire che in quell’unione non ci fosse spazio per dubbi o resistenze.

Infine arrivò l’ascesa al terzo livello, il Sifkatu, la camera della Consumazione. Le sue pareti erano coperte da arazzi che mostravano conquiste militari, città conquistate, principesse prigioniere, eserciti sconfitti. L’iconografia non era casuale, stabiliva un parallelo tra la vittoria in guerra e la vittoria a letto. Gli arredi, realizzati da artigiani esperti nel controllo del corpo, includevano letti con sistemi di cordame nascosti, cuscini imbevuti di oli lenitivi e luci soffuse che trasformavano lo spazio in un palcoscenico progettato per spezzare la volontà. Fu lì, in quel luogo pieno di simboli, che Fatma affrontò la notte più temuta. La giovane donna, a malapena sostenuta dal suo respiro affannoso, divenne il pegno vivente di un patto politico e, sebbene le cronache ufficiali descrivessero il matrimonio come un trionfo per la dinastia, nel silenzio di quella stanza si stava tessendo una tragedia che avrebbe segnato la sua anima per sempre.

Quando la porta del Sifkatu si chiuse dietro il corteo, Fatma rimase sola con il marito. Documenti medici dell’epoca descrivono ciò che accadde in quelle ore come un crollo assoluto dello spirito. La giovane donna, che fino ad allora aveva sopportato mesi di disciplina e umiliazione, perse ogni capacità di rispondere coerentemente. Il suo corpo tremava in modo incontrollabile. La sua voce si ridusse a un sussurro appena udibile e i suoi occhi vagavano come se guardassero un mondo invisibile. I medici imperiali avrebbero in seguito chiamato questo stato Sokma e Tam, shock totale.

Il caro Mustafa Pascià, un uomo addestrato nelle battaglie e nella conquista di fortezze, era addestrato a imporre la sua autorità. All’inizio interpretò la reazione della principessa come una resistenza volontaria, un’arroganza che doveva essere spezzata con la forza. Applicò le tecniche che i suoi consiglieri gli avevano insegnato — parole di intimidazione, gesti di potere, contatto fisico calcolato — ma ciò che trovò non fu ribellione, ma il completo collasso di un’anima giovane. Non c’era battaglia da vincere, ma un’assenza, un vuoto. Fatma non era più lì. La sua mente si era rifugiata in una profonda dissociazione, come se avesse abbandonato il suo corpo per sopravvivere. La consumazione di quel matrimonio, quando finalmente avvenne dopo ore di tentativi falliti, fu registrata da osservatori invisibili come un evento traumatico per entrambi.

Scritti in codici persiani descrivono emorragie interne, perdite ricorrenti di coscienza e ciò che i medici chiamavano Rucchukugme, l’uscita dell’anima. Da quella notte in poi, Fatma non fu mai più la stessa. Nei giorni che seguirono, la sua condotta allarmò persino gli istruttori più severi dell’harem. Sviluppò un mutismo selettivo, parlando solo a sussurri e solo quando le venivano poste domande dirette. Il suo appetito scomparve completamente al punto da richiedere l’alimentazione forzata. Gli episodi di pianto iniziavano senza motivo apparente e potevano durare per ore. Peggio ancora, sorse quella che i cronisti chiamavano la malattia della paura. La presenza di un uomo, anche fidato, bastava a far andare la principessa nel panico. Respirazione rapida, sudorazione estrema, svenimenti improvvisi. I medici di corte diagnosticarono quella che chiamavano malinconia verginale. Secondo i loro trattati era una condizione frequente tra le principesse dopo la loro prima notte coniugale.

In termini moderni potremmo parlare di un trauma irreversibile, una ferita nella psiche che non può essere guarita con semplici rimedi. Furono tentati trattamenti a base di erbe, musica ed esercizi spirituali sufi, ma nessuno restituì a Fatma la sua antica vitalità. La brillante giovane donna che dibatteva con gli studiosi, la ragazza curiosa che amava l’astronomia e la poesia, scomparve per sempre. Al suo posto rimase una figura opaca, obbediente, assente. I suoi libri rimasero chiusi, i suoi strumenti musicali coperti di polvere e i giardini che un tempo percorreva con gioia furono abbandonati. Lei, che era nata figlia del sultano più potente, era ora solo un corpo presente, un fantasma di ciò che sarebbe potuto essere. Il matrimonio con il caro Mustafa Pascià si trasformò in una coabitazione meccanica. Ci furono figli, ci furono eventi pubblici, ci fu una parvenza di normalità, ma nell’intimità regnavano il silenzio e la distanza. Il Pascià stesso, secondo memorie successive, si rifugiò in campagne militari e nell’oppio, cercando di placare il senso di colpa per essere stato lo strumento di un rituale che aveva distrutto la principessa.

Fatma visse altri 29 anni dopo quella notte, trasformata in un ornamento delle cerimonie: madre forzata e moglie senza voce. La sua morte nel 1652, ufficialmente attribuita a una febbre cerebrale, coincise con l’anniversario del suo matrimonio. Per molti a corte non fu una coincidenza. Quel giorno il peso della memoria si posò finalmente sulla sua anima. Il caso di Fatma Sultan non fu un’eccezione, ma il riflesso di un modello ripetuto attraverso le generazioni. Archivi di palazzo, recuperati secoli dopo dalla polvere e dal silenzio, rivelano che dozzine di principesse ottomane subirono destini simili. Alcune rimasero segnate dal mutismo, altre tentarono di fuggire attraverso il suicidio o la follia, e alcune scomparvero dai registri ufficiali come se non fossero mai esistite.

Il macchinario dell’Impero, così preciso nei suoi protocolli, sapeva come cancellare tracce scomode e rivestirle di eufemismi in cronache accuratamente redatte. Documenti tradotti recentemente parlano di principesse che arrivarono a simulare la propria morte per sfuggire a un secondo matrimonio, altre inventarono codici segreti per comunicare con le loro sorelle messe a tacere e alcune, con un coraggio senza precedenti, arrivarono persino a chiedere direttamente il divorzio al Sultano, sfidando un sistema che sembrava inattaccabile.

Queste storie, sepolte per secoli in cantine e archivi proibiti, ci mostrano che anche nell’oscurità più fitta c’erano sempre barlumi di resistenza femminile. La tragedia di Fatma e di molte come lei espone una verità scomoda. Il potere assoluto non protegge sempre chi lo incarna, ma può trasformarlo nella prima vittima della propria grandezza. Mentre il mondo esterno immaginava le principesse ottomane circondate dal lusso e dal potere, la realtà era un’invisibile catena di sottomissione ingegnata con la precisione di una macchina imperiale che sacrificava vite per mantenere alleanze e strutture.

Oggi, guardando indietro, comprendiamo che l’harem imperiale non era solo uno scenario di intrighi e sete, ma anche un teatro di silenzi imposti e lacrime soffocate. Quello che ci veniva raccontato come favole di principesse era, in verità, un costrutto politico che divorava le figlie stesse del sultano. E allora sorge l’inevitabile domanda. Quanti altri segreti rimangono nascosti negli archivi degli antichi palazzi, in attesa di essere scoperti? Quali oscuri rituali nascondevano le corti europee, russe o cinesi? Qual era il vero prezzo pagato dalle donne destinate a sostenere la grandezza delle loro dinastie? Se la storia di Fatma vi ha commosso, non esitate a unirvi a noi per ulteriori rivelazioni. Per favore iscrivetevi, condividete questa storia con chi merita di conoscere la verità dietro le favole, e lasciate nei commenti il nome della regina o della principessa il cui destino desiderate vedere rivelato. Forse sarà una zarina russa temuta dalla sua stessa madre, un’imperatrice cinese sottoposta a rituali macabri, o una figlia di re europei consegnata come pegno di lealtà, perché solo conoscendo queste verità nascoste possiamo spogliare la storia del suo travestimento e sentire finalmente le voci soffocate di coloro che sono state sacrificate in nome del potere.

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