9 Motivi per Cui Stellantis STA DISTRUGGENDO le Auto Italiane

L’industria automobilistica italiana non è mai stata solo una questione di lamiera e pistoni. Per decenni, è stata il cuore pulsante dell’innovazione, dello stile e dell’orgoglio nazionale. Da Torino a Modena, passando per Pomigliano, l’Italia ha insegnato al mondo come costruire automobili che non fossero solo mezzi di trasporto, ma vere e proprie emozioni su ruote. Tuttavia, oggi ci troviamo di fronte a uno scenario che molti appassionati ed esperti del settore definiscono senza mezzi termini come un “sabotaggio culturale”. La fusione che ha dato vita a Stellantis, presentata come un’opportunità di crescita globale, sembra essersi trasformata in una lenta ma inesorabile eutanasia dell’italianità dei nostri marchi storici. Analizzando a fondo la situazione, emergono nove motivi concreti e documentati che dimostrano come la strategia del gruppo stia, di fatto, distruggendo ciò che resta della nostra eredità automobilistica.
Il primo segnale inequivocabile è la delocalizzazione selvaggia della produzione. Il concetto di “Made in Italy” sta venendo rapidamente sostituito da un ben più ambiguo “Assembled in Italy”, e spesso nemmeno quello. Modelli iconici come la nuova Fiat 500, simbolo stesso del miracolo economico italiano, sono stati progettati e sviluppati in Francia. La Jeep Avenger, venduta come il futuro SUV compatto europeo, è prodotta in Polonia. Anche quando l’assemblaggio avviene entro i nostri confini, come per l’Alfa Romeo Tonale, il cuore pulsante dell’auto – il motore e l’elettronica – proviene quasi interamente dall’estero. Gli stabilimenti italiani, un tempo fucine di creazione completa, sono ridotti a semplici linee di montaggio per componentistica straniera, svuotando di significato l’etichetta tricolore apposta sul portellone.
Ma se la provenienza geografica è un colpo all’orgoglio, l’omologazione tecnica è un colpo al cuore dell’ingegneria. L’Italia è famosa nel mondo per i suoi motori: vivaci, resilienti, ricchi di carattere. Questa eccellenza è stata sacrificata sull’altare dell’economia di scala. I propulsori italiani, come il rivoluzionario MultiAir, sono stati accantonati per far posto alle unità francesi del gruppo PSA. E non parliamo di motori qualsiasi, ma spesso di unità come il 1.2 PureTech, tristemente noto per i problemi alla cinghia di distribuzione a bagno d’olio, che degradandosi rischia di intasare il motore portando a danni catastrofici anche a bassi chilometraggi. Vedere una Lancia o un’Alfa Romeo spinte da motori che non hanno nulla del DNA sportivo e affidabile della nostra tradizione è una ferita aperta per chiunque ami la guida.
A questo si aggiunge un crollo verticale nella qualità percepita. Salire su una vettura del gruppo oggi restituisce una sensazione tattile ben diversa rispetto a dieci anni fa. La ricerca esasperata del risparmio ha portato all’adozione di plastiche rigide, materiali che scoloriscono precocemente e assemblaggi approssimativi. È il paradosso della modernità: le auto costano sempre di più, ma sono costruite con materiali sempre più poveri. La longevità, un tempo punto di forza di modelli come la Panda o la Punto, sembra non essere più una priorità, sostituita da una logica “usa e getta” che tradisce la fiducia del consumatore italiano, abituato a vedere l’auto come un investimento durevole.
Il design, l’arte in cui l’Italia non ha mai avuto rivali, è sotto assedio. La strategia di piattaforma comune ha portato alla creazione di vetture che sono, essenzialmente, cloni. La nuova Alfa Romeo Junior, ad esempio, condivide gran parte della sua ossatura e delle sue linee con la Peugeot 2008. I centri stile italiani vengono depotenziati, i designer di talento spostati o licenziati, e il risultato sono auto che sembrano “francesi con un logo italiano appiccicato sopra”. L’identità visiva, quel tocco magico che rendeva una Lancia inconfondibile da una Citroën, si sta diluendo in un anonimato stilistico dettato dalle esigenze di condivisione industriale.
Le conseguenze di queste scelte non sono solo estetiche o meccaniche, ma profondamente sociali ed economiche. La rete di vendita italiana, fatta di centinaia di concessionarie storiche spesso a gestione familiare, viene smantellata. La chiusura di centinaia di punti vendita e assistenza rompe quel legame di fiducia e prossimità che legava il cliente al marchio. Oggi, acquistare un’auto sta diventando un’esperienza fredda, digitale e spersonalizzata, dove l’assistenza post-vendita diventa un’odissea logistica.
Ancora più grave è il tradimento della filiera dei fornitori. Eccellenze come Magneti Marelli sono state vendute, e i piccoli artigiani e produttori che per decenni hanno rifornito le catene di montaggio italiane si vedono cancellare i contratti da un giorno all’altro, sostituiti da fornitori cinesi o francesi scelti per logiche di puro costo. Questo sta desertificando il tessuto industriale del Nord Italia, portando alla perdita di un know-how preziosissimo che difficilmente potrà essere recuperato.
Parallelamente, assistiamo a una fuga di cervelli senza precedenti. Il licenziamento o il prepensionamento di centinaia di ingegneri italiani dai centri di ricerca come quello di Torino segna la fine della sovranità tecnologica del nostro paese. Le menti che hanno partorito il Common Rail e soluzioni aerodinamiche d’avanguardia vengono messe alla porta, mentre la ricerca e sviluppo si sposta a Parigi o Lione. Stiamo regalando le nostre migliori intelligenze alla concorrenza o le stiamo semplicemente disperdendo, impoverendo il nostro futuro.
I marchi storici stessi sono a rischio estinzione. Lancia, ridotta per anni a un solo modello, e Abarth, trasformata in un semplice allestimento estetico per auto elettriche, sono l’ombra di sé stesse. Maserati, che dovrebbe rappresentare il lusso sportivo, monta motori V6 di derivazione francese invece dei gloriosi V8. Sembra esserci una volontà precisa di lasciare appassire questi brand per far spazio ai marchi francesi del gruppo, che godono di investimenti e gamme ben più ampie.
Infine, l’elettrificazione forzata e senza ricerca locale rappresenta l’ultimo chiodo sulla bara. L’imposizione di una transizione elettrica entro il 2030, basata però su tecnologie, batterie e software non sviluppati in Italia, ci rende tecnologicamente dipendenti. Non stiamo creando un’auto elettrica italiana; stiamo semplicemente importando tecnologia straniera e vendendola sotto mentite spoglie. Se non invertiamo la rotta, tra pochi anni l’auto “italiana” sarà solo un ricordo nostalgico, un guscio vuoto privo di quella meccanica, di quel design e di quell’anima che l’hanno resa leggendaria nel mondo. È tempo di aprire gli occhi e chiedere rispetto per una storia che non merita di finire così.