Elezioni regionali, il dato clamoroso arrivato ora: “È impensabile”

Seggi riaperti alle 7 del mattino nelle tre Regioni italiane rimaste a chiudere la lunga, quasi intermittente stagione elettorale del 2025, e un’attesa sospesa che accompagna quasi tredici milioni di elettori verso le urne. La giornata definitiva del voto in Veneto, Campania e Puglia si apre così, con un misto di stanchezza partecipativa e consapevolezza che, entro le 15, saranno scelti i nuovi Governatori chiamati a raccogliere eredità politiche ingombranti: quindici anni di governo per Luca Zaia in Veneto, dieci per Vincenzo De Luca in Campania e altrettanti per Michele Emiliano in Puglia.
Un passaggio di testimone obbligato dalla legge che vieta il terzo mandato e che trasforma quest’ultima tornata in un vero spartiacque politico per ognuna delle tre Regioni. La risposta degli elettori, almeno nella prima giornata, è stata però gelida. Il dato diffuso dal Viminale alla chiusura dei seggi domenicali racconta un Paese che fatica a mobilitarsi: nei 14.586 seggi complessivi, si è presentato soltanto il 31,9% degli aventi diritto, contro il 41,5% della tornata precedente.

Elezioni regionali 2025, affluenza in calo
Una caduta di quasi dieci punti che accentua un fenomeno ormai strutturale, quello della partecipazione sempre più intermittente, quasi rassegnata, anche di fronte a scelte che cambieranno il volto delle amministrazioni locali per i prossimi cinque anni. E così la lunga maratona delle elezioni regionali 2025 registra la sua giornata più opaca proprio nella fase conclusiva.
Entrando nel dettaglio, colpisce il brusco ridimensionamento dell’affluenza soprattutto in Veneto, dove ieri ha votato appena il 33,8% contro il 43,1% dell’ultima volta. Province molto diverse tra loro hanno confermato lo stesso clima tiepido: Padova è risultata la più presente con il 37,6%, mentre Belluno è crollata al 25,9%. In mezzo, una mappa che scivola gradualmente verso il basso — Vicenza al 34,4%, Verona al 33,7%, Treviso al 33,3%, Venezia al 33,2%, Rovigo al 30,6%. Uno schema che racconta una Regione dove il nome di Zaia, ancora presente sulle schede come capolista della Lega in tutte le Province, non è bastato a imprimere una spinta significativa alla partecipazione.

Scenario simile in Campania, dove il 32% registrato ieri è lontanissimo dal precedente 38,9%. Anche qui la disomogeneità provinciale restituisce l’immagine di una mobilitazione debole: Caserta guida con il 34%, mentre Benevento si ferma al 28,9%. Napoli resta su livelli modesti, il 32,2%, e Salerno con il 31,8% non fa molto meglio; Avellino, invece, scivola fino al 29,9%. La Regione che per dieci anni ha visto De Luca dominare quasi senza rivali si trova ora a scegliere tra una sfida politica completamente diversa, ma senza la spinta emotiva di un tempo.
E in Puglia la situazione è, se possibile, ancora più marcata. Qui l’affluenza di ieri si è fermata al 29,4%, contro il 39,8% della domenica del 2020. Lecce guida con un 32,1% che comunque resta basso, mentre Foggia crolla al 26,1%. Tra i due estremi si distribuiscono Bari con il 30,9%, Brindisi con il 29,5%, Barletta-Andria-Trani al 28,8% e Taranto al 27,9%. Una fotografia che conferma quanto la fine del lungo ciclo amministrativo iniziato con Vendola e proseguito con Emiliano non abbia generato quel fermento politico che ci si poteva attendere.
Il Viminale diffonderà il dato definitivo subito dopo le 15, quando i seggi chiuderanno e la macchina dello scrutinio partirà senza interruzioni fino a sera, definendo finalmente i nomi dei tre nuovi Governatori. Saranno le ultime caselle a riempire la mappa delle sette Regioni che hanno votato tra settembre e novembre, un percorso in cui — Marche, Calabria e Toscana a parte — gli uscenti sono sempre stati riconfermati. Ma non oggi: in Veneto, Campania e Puglia la partita è totalmente aperta, perché la normativa ha azzerato il vantaggio della ricandidatura e costringe gli elettori a misurarsi con volti nuovi ma investiti da eredità politiche pesantissime.

In Veneto il centrodestra ha puntato tutto su Alberto Stefani, ex vicesegretario della Lega, erede naturale del modello-Zaia e chiamato a difendere quindici anni di governo con una candidatura che punta a consolidare il dominio del centrodestra. Il centrosinistra oppone Giovanni Manildo, nome scelto dal Pd per provare a riaprire una sfida che negli ultimi anni è stata più simbolica che reale. In Campania invece la partita è più complessa: il campo largo, per la prima volta unito ai Cinque Stelle dopo anni di opposizione a De Luca, ha scelto Roberto Fico come candidato, mentre il centrodestra risponde con Edmondo Cirielli, viceministro agli Esteri e figura di peso in Fratelli d’Italia. E infine la Puglia, dove il fronte progressista si è ricompattato da Renzi ai Cinque Stelle per sostenere Antonio Decaro, ex sindaco di Bari ed europarlamentare Pd, chiamato a proseguire un ventennio di governo progressista. Di fronte a lui, il centrodestra ha scelto un profilo tecnico: Luigi Lobuono, ex presidente della Fiera del Levante, volto indipendente ma vicino all’area conservatrice.
Stasera, quando lo spoglio svelerà gli equilibri delle nuove amministrazioni, si capirà se la scarsa affluenza è stata solo un episodio o il segnale di una disconnessione più profonda tra cittadini e politica regionale. Per ora resta un dato: la più lunga tornata elettorale degli ultimi anni rischia di chiudersi con il suo risultato più incerto e più silenzioso.

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