ENRICO RUGGERI VS FIORELLA MANNOIA E LA SX: FORZATURA. ECCO COSA C’È DIETRO

Nel panorama culturale italiano, poche canzoni hanno raggiunto lo status di inno generazionale come “Quello che le donne non dicono”. Un brano che ha attraversato i decenni, scritto dalla penna raffinata di Enrico Ruggeri e portato al successo dall’interpretazione intensa di Fiorella Mannoia. Eppure, anche questo monumento della musica leggera è finito nel tritacarne delle polemiche ideologiche, diventando il simbolo di uno scontro ben più ampio tra libertà artistica e quella che molti definiscono “cultura Woke”.
Il Pomo della Discordia: Un “Sì” che Diventa “No”
Tutto nasce dalla decisione di Fiorella Mannoia di modificare, durante i suoi concerti, il celebre verso finale della canzone. L’originale “e ti diremo ancora un altro sì”, frase che racchiudeva la speranza e la complessità del sentimento amoroso, è stato trasformato in “e ti diremo ancora un altro no”. Un cambiamento voluto dalla cantante per lanciare un messaggio forte contro la violenza sulle donne e sul tema del consenso, specie dopo i tragici fatti di cronaca come quello di Giulia Cecchettin.
Tuttavia, questa operazione non è piaciuta affatto all’autore. Enrico Ruggeri ha bollato l’iniziativa come una “forzatura”, sostenendo che il brano originale parlasse di donne che cercano di recuperare un rapporto, chiedendo al partner di tornare quello di un tempo, e non di sottomissione. Per Ruggeri, piegare l’arte alle esigenze della propaganda politica del momento è un errore figlio della cultura Woke, che rischia di snaturare il senso stesso delle opere.
Il Dilemma del Consenso: Tra Tutela e Paranoia
Ma la questione sollevata da questa polemica musicale apre uno scenario molto più pratico e inquietante, che tocca la vita quotidiana di tutti noi. Se anche le canzoni devono essere riscritte per ribadire il concetto di “consenso”, dove stiamo andando come società?
La riflessione si sposta inevitabilmente sulla complessità dei rapporti moderni. Oggi, l’avvicinamento tra due persone è diventato un percorso a ostacoli, disseminato di trappole legali. Il concetto di consenso, sacrosanto in teoria, diventa scivoloso nella pratica della realtà. Come si fa a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che un approccio è stato gradito e condiviso?
Ci troviamo di fronte a un paradosso: due persone si incontrano, magari c’è attrazione, ma l’assenza di prove tangibili (video, audio, carta scritta) rende ogni interazione potenzialmente pericolosa. “Come fai a dimostrare che l’altra persona ti ha detto sì e ha mantenuto quel sì?”, ci si chiede. In un’aula di tribunale, la parola dell’uno contro quella dell’altro può distruggere vite e reputazioni in un attimo.
Il Terrore del “Messaggio in Più”
Il clima che si respira è quello di una paura latente. I casi di cronaca, che hanno coinvolto anche figli di politici famosi, dimostrano quanto sia sottile la linea tra un rapporto consenziente e un’accusa di violenza che arriva magari a distanza di tempo, forse dettata da un ripensamento, da un litigio successivo o, nel peggiore dei casi, da una vendetta.
Questo scenario sta portando, soprattutto tra i più giovani ma non solo, a una paralisi relazionale. Mandare un messaggio a una persona che ci piace è ancora lecito? Se non risponde e ne mandiamo un secondo, siamo dei romantici tenaci o dei pericolosi stalker? Il rischio di essere etichettati come persecutori è altissimo. La spontaneità è morta, uccisa dalla necessità di tutelarsi legalmente prima ancora di aver ordinato l’aperitivo.
La Soluzione Provocatoria: Il Contratto d’Amore
Arriviamo così all’assurdo, a quella che sembra una battuta ma che nasconde un fondo di amara verità: per stare tranquilli, dovremmo girare con dei moduli precompilati in tasca? “Io sottoscritto, in piena facoltà mentale, acconsento all’avvicinamento del signor X…”. Immaginate la scena al ristorante o in discoteca: prima del bacio, si tirano fuori penna e calamaio.

Sembra follia, eppure l’alternativa che si prospetta per molti uomini (e donne) è quella della rinuncia preventiva. “Meglio stare a casa a guardare la televisione, così non rischio niente”, diventa il mantra di chi non vuole finire in un ingranaggio giudiziario da cui è impossibile uscire indenni senza prove scritte.
Conclusione
Mentre Ruggeri e Mannoia litigano sulle parole di una canzone, la società reale si sta incartando su se stessa. La giusta lotta contro gli abusi, se declinata senza buonsenso e solo attraverso lenti ideologiche, rischia di creare un mondo di solitudini, dove la paura dell’altro supera la voglia di stare insieme. Se l’unico modo per sentirsi sicuri è “rinunciare a qualunque problema” evitando il contatto umano, allora forse, come dice Ruggeri, c’è stata davvero una forzatura, ma non solo nel testo di una canzone: nella nostra stessa vita.