MELONI SALITA AL QUIRINALE PER PARLARE DEL PRESUNTO COMPLOTTO CON MATTARELLA

In un Paese normale, le crisi istituzionali nascono da conflitti su grandi temi costituzionali, da divergenze economiche insanabili o da scandali di portata internazionale. In Italia, invece, rischiamo di scivolare in una crisi di nervi tra le massime cariche dello Stato per colpa di un caffè preso nel posto sbagliato e, soprattutto, con le parole sbagliate. La vicenda che ha portato la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a varcare il portone del Quirinale per un faccia a faccia di venti minuti con Sergio Mattarella ha i contorni del grottesco, talmente surreali da sembrare usciti dalla penna di uno sceneggiatore di commedie all’italiana di serie B. Eppure, è tutto vero.
La Scena del Crimine: Un Bar e un Consigliere “Ermetico”
Al centro del ciclone c’è Francesco Saverio Garofani, consigliere del Presidente della Repubblica, figura che l’immaginario collettivo dipinge come riservata, silenziosa, quasi invisibile custode delle segrete stanze del Colle. Ebbene, questo custode dell’ermetismo istituzionale è finito sulle pagine de La Verità per una presunta conversazione avvenuta in un bar, non proprio il luogo deputato alla diplomazia segreta. Secondo quanto riportato, e sostanzialmente non smentito nella sua dinamica fattuale (ossia l’essere al bar a parlare), Garofani si sarebbe lasciato andare a considerazioni ad alta voce sulla necessità di “fermare la Meloni” o comunque su scenari di ostilità verso l’esecutivo.
Il paradosso è servito: un alto funzionario che dovrebbe incarnare la terzietà e la discrezione del Quirinale si comporta come un avventore qualsiasi che commenta la partita della domenica, con la “sfortuna” (o l’ingenuità colpevole) di avere orecchie indiscrete nei paraggi. Come sottolineato da molti osservatori critici, se questa scena fosse stata inserita in un film politico, sarebbe stata tagliata per mancanza di realismo. Invece, nell’Italia del 2025, la realtà supera la fantasia più scadente.
La Reazione di Palazzo Chigi e l’Ira di Bignami
Di fronte a un quadro simile, la reazione politica non si è fatta attendere. Galeazzo Bignami, esponente di spicco di Fratelli d’Italia, ha posto una questione di logica politica ineccepibile: o il Quirinale smentisce categoricamente, oppure quelle parole pesano come macigni. E qui scatta il secondo cortocircuito. Il Quirinale ha bollato le ricostruzioni come “ridicole” e “illazioni”, ma lo stesso consigliere avrebbe ammesso di aver fatto quelle chiacchiere “al bar”.
Dunque, siamo di fronte a un bivio: se erano solo chiacchiere da bar, che ci fa un consigliere del Presidente della Repubblica a parlare di complotti contro il governo in un locale pubblico? E soprattutto, perché non è scattato un provvedimento disciplinare immediato? In un’azienda privata, o in qualsiasi cancelleria diplomatica seria, una leggerezza del genere costerebbe il posto in tronco. Qui, invece, si narra di un Mattarella che avrebbe “rincuorato” e “confortato” il suo collaboratore. Un atteggiamento paternalistico che stona terribilmente con la gravità politica dell’accaduto.
Il Tabù dell’Intoccabilità
Questa vicenda scoperchia un altro nervo scoperto della nostra democrazia: l’aura di sacralità che avvolge il Quirinale. Come se il Colle fosse un tempio pagano e il Presidente una divinità intoccabile, ogni critica o richiesta di chiarimento viene vissuta da una certa parte della stampa e della politica come un atto di lesa maestà. Bignami ha osato chiedere conto di un comportamento inopportuno ed è stato trattato come un eretico.

Ma la Costituzione, quel testo sacro che tutti citano (spesso a sproposito), non prevede l’immunità dalla critica politica, né tantomeno l’infallibilità dei funzionari del Capo dello Stato. Chiedere trasparenza non è un attacco alle istituzioni, è l’essenza della democrazia. Se un consigliere sbaglia, è giusto che se ne parli e che si chiedano spiegazioni. Il tentativo di silenziare tutto bollandolo come “attacco al Quirinale” è un riflesso condizionato di chi vorrebbe mantenere lo status quo a ogni costo.
Venti Minuti per un Chiarimento (o una Tregua?)
L’incontro tra Meloni e Mattarella, durato appena venti minuti, è stato definito “cordiale” e “chiarificatore”. Ma cosa si sono detti davvero? È difficile immaginare che la Premier sia salita al Colle solo per sentirsi dire che “era un malinteso”. La visita stessa è un segnale politico forte: Meloni non lascia correre. Andando di persona, ha istituzionalizzato il problema, togliendolo dal chiacchiericcio dei giornali e portandolo sul tavolo più alto.
Resta l’amarezza di fondo. L’idea che pezzi dello Stato possano remare contro un governo democraticamente eletto non attraverso atti formali, ma attraverso “chiacchiere da bar” e veleni sussurrati, restituisce l’immagine di una “Repubblica delle Banane” da cui fatichiamo a emanciparci.

Che ci sia un complotto o meno, che sia “quirinalizio” o “natalizio”, una cosa è certa: la credibilità delle istituzioni passa anche dalla forma. E se la forma diventa quella di uno sfogo da osteria, allora la sostanza della nostra democrazia ha un problema serio. Forse, la prossima volta, certi discorsi sarebbe meglio farli nelle sedi opportune, o meglio ancora, tacere se non si ha il coraggio di sostenerli pubblicamente. Arrivederci a tutti, e speriamo in tempi (e consiglieri) migliori.