Svezia, DNA e Pornografia: La Piazza di “Non Una Di Meno” Smonta le Teorie della Ministra Roccella e Chiede Educazione Vera

Mentre i palazzi della politica discutono di teorie e statistiche, le piazze italiane tornano a riempirsi di voci, colori e, soprattutto, di una rabbia lucida e costruttiva. La recente manifestazione indetta dal movimento Non Una Di Meno non è stata solo una commemorazione per le vittime di violenza di genere, ma una risposta diretta, puntuale e argomentata alle recenti dichiarazioni della Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella. Al centro dello scontro c’è un tema fondamentale per il futuro del Paese: l’introduzione dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole.
Il “Caso Svezia” e la superficialità delle istituzioni
La miccia che ha riacceso il dibattito è stata l’affermazione della Ministra Roccella, secondo la quale non vi sarebbe alcuna correlazione diretta tra l’insegnamento dell’educazione sessuale a scuola e la diminuzione dei femminicidi. A sostegno della sua tesi, la Ministra ha citato l’esempio della Svezia, paese all’avanguardia nei diritti civili ma con tassi di violenza sulle donne ancora significativi.
La risposta dalla piazza non si è fatta attendere ed è stata tranciante. Per le attiviste, le parole della Ministra rappresentano “l’emblema della superficialità” con cui l’attuale governo sta affrontando un’emergenza strutturale. “Non si può prendere ad esempio la Svezia che sono solo 10 anni che sta tentando di dare una risposta a un fenomeno che ha radici millenarie”, spiegano dal corteo.
Il punto nevralgico, spesso ignorato dalla narrazione governativa, è che in paesi con maggiore emancipazione femminile e migliore educazione ai diritti, le donne hanno semplicemente più strumenti per riconoscere la violenza e denunciarla. “Le donne denunciano di più, hanno maggiore consapevolezza di cosa vogliono dalla loro vita e scelgono”, afferma una portavoce. È proprio questa libertà di scelta, questa autodeterminazione, a scatenare talvolta la reazione violenta del partner incapace di accettare la fine del controllo. Usare i dati svedesi per negare l’utilità dell’educazione in Italia è, secondo il movimento, un’argomentazione non solo fallace, ma pericolosa.
Basta con l’essenzialismo biologico: “Non è DNA, è cultura”
Tra i manifestanti serpeggia anche l’indignazione per alcune derive teoriche che sembrano voler riportare l’orologio della storia indietro di due secoli. Si fa riferimento a chi, nel dibattito pubblico, ha accennato a una violenza che sarebbe quasi “insita nel DNA” maschile o umano. “L’essenzialismo biologico è stato superato da tempo, Lombroso è stato superato da tempo”, gridano le attiviste.
L’idea che la violenza sia un fatto naturale o inevitabile è il nemico numero uno di chi crede nel potere trasformativo dell’educazione. Se la violenza è genetica, non c’è nulla da fare; se invece è culturale, come sostiene Non Una Di Meno, allora si può e si deve intervenire. E il luogo deputato a questo intervento è la scuola.
L’emergenza educativa e il ruolo del porno
Uno dei dati più allarmanti emersi dalle testimonianze in piazza riguarda l’età dei responsabili di violenza. L’età media di chi commette o tenta un femminicidio si sta abbassando. I dati dell’osservatorio citati durante la manifestazione parlano chiaro: se da un lato si registra una lievissima flessione nei femminicidi compiuti (76 ad oggi), si assiste a un preoccupante aumento dei tentati femminicidi. Le donne sopravvivono, scampano alla morte, ma restano segnate. E sempre più giovanissime si rivolgono ai centri antiviolenza.
In questo scenario, l’assenza dello Stato lascia un vuoto che viene riempito da un “educatore” molto più insidioso: la pornografia online. “I ragazzi troveranno sempre il modo”, avvertono le manifestanti, smontando l’efficacia di misure puramente repressive come il blocco dei siti tramite SPID. Tra canali Telegram, condivisioni private e VPN, gli adolescenti accedono a contenuti hard senza alcun filtro critico, imparando lì come “funzionano” i rapporti.
“È un dovere dello Stato insegnare prima di tutto la biologia del nostro corpo, come è fatta una vagina, come è fatto un pene”, ribadiscono dalla piazza. Non c’è nulla di “scabroso” o “sporco” nell’insegnare il funzionamento del proprio corpo e delle proprie emozioni. Al contrario, lasciare questo compito al web significa condannare le nuove generazioni a un analfabetismo affettivo che è l’anticamera della violenza.
La filosofia va bene, ma il corpo è urgente
C’è un passaggio particolarmente toccante nelle voci raccolte durante il corteo: il confronto con le materie scolastiche tradizionali. “Consideriamo importante lo studio della filosofia, ma forse è ancora più importante imparare come funziona il nostro corpo e come funzionano gli approcci non solo sessuali, ma emotivi”.
La richiesta è chiara: l’educazione all’affettività non può essere un optional o un progetto extracurricolare lasciato alla buona volontà del singolo docente. Deve essere strutturale, partire dalle scuole medie (se non prima), accompagnando i ragazzi proprio nella fase delicata dello sviluppo.
In conclusione, la manifestazione ha tracciato una linea netta. Da una parte c’è un governo accusato di cercare scuse o soluzioni di facciata per non affrontare il nodo culturale del patriarcato; dall’altra c’è una marea fucsia consapevole che la repressione da sola non basta. “Siamo pronte a richiederla e a pretenderla”, è la promessa che risuona nelle strade. L’educazione sessuale non è un capriccio ideologico: è l’unico vaccino a lungo termine contro la violenza di genere. E ignorarlo, dati alla mano, è una responsabilità che la politica non può più permettersi di scaricare.
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