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“ZITTI ORA” PAOLO MIELI E LA LEZIONE NON SOLO A GAROFANI CONSIGLIERE DI MATTARELLA

News lananh8386 — 26/11/2025 · 0 Comment

“ZITTI ORA” PAOLO MIELI E LA LEZIONE NON SOLO A GAROFANI CONSIGLIERE DI MATTARELLA

ROMA – Se c’è una voce nel panorama giornalistico italiano capace di scuotere i palazzi del potere con la forza della logica e l’affilatezza dell’ironia, quella è senza dubbio la voce di Paolo Mieli. L’ex direttore del Corriere della Sera, nel suo recente intervento a 24 Mattina, non si è limitato a commentare una notizia di cronaca politica: ha tenuto una vera e propria lectio magistralis di etica istituzionale, impartendo una lezione severissima a Francesco Saverio Garofani, consigliere del Consiglio Supremo di Difesa e collaboratore del Presidente Sergio Mattarella. Ma, come spesso accade con Mieli, il messaggio aveva un destinatario ben più ampio: un certo modo di intendere il potere e la discrezione (o la sua totale assenza) che sembra aver contagiato le stanze più sacre della Repubblica.

Tutto nasce da un episodio che definire “imbarazzante” è un eufemismo. Garofani, figura di spicco dello staff presidenziale con un passato tra le file del Partito Democratico, si sarebbe lasciato andare, durante una cena pubblica, a considerazioni a dir poco imprudenti sulla necessità di uno “scossone” al governo di Giorgia Meloni. Una frase che, pronunciata da un uomo del Colle, ha il peso specifico del piombo. La reazione è stata immediata: proteste formali di Fratelli d’Italia, un chiarimento vis-à-vis tra la Premier e il Capo dello Stato, e il goffo tentativo della sinistra di minimizzare un incidente che, di fatto, non è mai stato smentito.

È in questo contesto incandescente che si inserisce l’analisi di Paolo Mieli, che parte da una domanda tanto semplice quanto devastante: chi è davvero Francesco Saverio Garofani e perché ricopre quel ruolo?

La Questione Militare: Competenze o Politica?

Il primo affondo di Mieli tocca il cuore della sicurezza nazionale. Il ruolo di consigliere militare del Presidente della Repubblica non è una sinecura onorifica. Mieli, con il rigore dello storico, ricorda a tutti noi un dettaglio costituzionale spesso dimenticato: il Presidente della Repubblica è il Capo delle Forze Armate. In caso di attacco all’Italia – uno scenario che la storia ci insegna a non escludere mai a priori – è lui che assume il comando supremo. È lui che deve dare le prime, cruciali direttive operative.

“Quando l’Italia viene attaccata,” spiega Mieli, “il Presidente diventa comandante operativo. Ha bisogno di gente che sappia cosa fare, generali di corpo d’armata, militari di lungo corso”. E qui scatta il paradosso denunciato dall’editorialista: “Voi mi prendete un ex ‘pidino’ come Garofani e me lo mettete come consigliere militare? In caso di attacco abbiamo Garofani che sussurra all’orecchio di Mattarella?”.

La critica è feroce nella sua lucidità. Non si tratta di mettere in discussione l’onestà della persona, ma l’adeguatezza del profilo. Sostituire l’esperienza tecnica e strategica di un alto ufficiale con la visione di un politico, seppur esperto di difesa, appare agli occhi di Mieli come una sgrammaticatura istituzionale pericolosa. In un mondo sempre più instabile, il Quirinale dovrebbe affidarsi a chi sa leggere le mappe militari, non a chi sa leggere i sondaggi o le correnti di partito.

La Sindrome del “Fenomeno” alle Cene Romane

Ma è sul piano comportamentale che Mieli sferra il colpo più duro, dipingendo un quadro della vita mondana romana che oscilla tra il grottesco e il deprimente. L’editorialista racconta di cronisti che gli riferiscono costantemente di collaboratori del Quirinale che, una volta usciti dal palazzo, “vanno in giro e parlano come se fossero loro il Presidente della Repubblica”.

Mieli distrugge la doppia morale di questi funzionari: “Dalle 8:00 alle 17:00 sono ermetici in ufficio, non dicono una parola. Poi alle 17:15 sono già in macchina a cantare Baglioni a squarciagola, arrivano alla cena con 18 persone e cominciano a fare i fenomeni”. L’immagine è potente e ridicola allo stesso tempo: l’uomo delle istituzioni che si trasforma nel protagonista della serata, che pontifica (“Bisognerebbe fare…”, “Ci vorrebbe uno scossone…”), che cerca l’applauso o l’attenzione dei commensali svelando o inventando retroscena.

“Non puoi fare quello serio fino alle cinque e poi andare a straparlare,” tuona Mieli. Essere consigliere del Presidente della Repubblica non è un lavoro a orario, è uno status. È una veste che si indossa 24 ore su 24. La discrezione, il silenzio, la riservatezza non sono optional, sono l’essenza stessa del ruolo. Chi non lo capisce, chi sente il bisogno irreprimibile di “mettersi in mostra” davanti a un piatto di pesce e a un bicchiere di vino, semplicemente non è adatto a quel compito.

Paolo Mieli, la lezione a Garofani: "Zitti, ora..." | Libero Quotidiano.it

Un Consiglio a Mattarella: “Torni ai Generali”

La conclusione di Mieli è amara ma costruttiva. C’è un appello neanche troppo velato al Presidente Mattarella affinché rimetta ordine nella sua “casa”. Se i consiglieri civili, magari di provenienza politica, non riescono a trattenere la lingua e creano incidenti diplomatici con il governo in carica, forse è il momento di cambiare strategia.

“Caro Presidente, torna ai Generali che è meglio,” suggerisce Mieli. Il generale, per forma mentis e addestramento, capisce il valore del silenzio. Non va in giro alle cene a fare il “di più”, non cerca la ribalta mediatica o il consenso del salotto. Il militare serve lo Stato in silenzio.

In questa vicenda, a uscirne male non è solo Garofani, ma l’intero apparato che permette simili leggerezze. Mieli chiude con un avvertimento che suona come una sentenza: da qui alle prossime elezioni, questi consiglieri farebbero meglio a “mangiare a casa loro, con moglie e figli, tranquilli e beati”. Perché ogni parola fuori posto non è solo una gaffe personale, è uno sgarbo al Presidente che dicono di servire.

La lezione di Mieli è chiara: il potere vero non ha bisogno di alzare la voce a cena. Il potere vero, quello serio, tace e lavora. E chi non l’ha capito, forse dovrebbe davvero preparare gli scatoloni. Zitti, ora. E a casa.

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