Blog

  • Tacchino ripieno del Ringraziamento, la ricetta di Melissa Clark per cucinarlo alla perfezione (e gli errori da evitare)

    Tacchino ripieno del Ringraziamento, la ricetta di Melissa Clark per cucinarlo alla perfezione (e gli errori da evitare)

    Tacchino ripieno del Ringraziamento, la ricetta di Melissa Clark per cucinarlo alla perfezione (e gli errori da evitare)

    La food writer americana ha pubblicato sul New York Times un dettagliato vademecum per chi voglia cimentarsi in questa ricetta tradizionale

    Tacchino ripieno del Ringraziamento, la ricetta di Melissa Clark per cucinarlo alla perfezione (e gli errori da evitare)

    Ogni quarto giovedì di novembre, nelle case americane prende vita una tradizione secolare: il «Thanksgiving Day», la festa del Ringraziamento. Celebre per le sue tavole imbandite e per la convivialità familiare, ha nel tacchino il protagonista indiscusso, simbolo di abbondanza e rito culinario che attraversa generazioni.

    Per chi ha voglia di cimentarsi in questo piatto, la guida perfetta arriva dal New York Times, firmata da Melissa Clark, autrice e food writer tra le più apprezzate negli Stati Uniti. Con alle spalle decenni di esperienze ai fornelli e una predilezione per la cucina semplice ma precisa, Clark propone un approccio diretto, elegante e senza fronzoli: la ricetta del tacchino ripieno all’americana, dorato all’esterno e succoso all’interno, pronto a conquistare anche i palati più esigenti. Ecco tutti i consigli (e gli errori da non commettere) per cucinarlo in maniera impeccabile.

    La scelta del «tacchino giusto»
    Il primo passo per ottenere un «risultato memorabile» è l’acquisto. Clark consiglia di pianificarlo con largo anticipo: se fresco, il tacchino va comprato 3-5 giorni prima del Ringraziamento; uno surgelato, invece, richiede almeno 24 ore per ogni 2 kg di peso per scongelarsi correttamente in frigorifero. La scelta influisce sul sapore e sulla consistenza finali: biologico, a libero pascolo, o allevato a terra, ognuno ha caratteristiche diverse. Da evitare sono i tacchini «self-basting», ossia quelli già iniettati con soluzioni saline e aromi per rendere la carne più succosa. La salatura a secco, invece, consentirà di calibrare meglio il gusto e di ottenere una pelle più croccante. In termini di quantità, conviene calcolare porzioni da circa 450-680 g a persona, con preferenza per un esemplare di dimensioni contenute, se si vuole evitare di dover affrontare «un gigante da 10 kg».

    La preparazione degli strumenti
    Per cucinare alla perfezione, non occorrono strumenti complicati. Bastano una teglia con griglia, un termometro da carne, una teglia per la salatura a secco e una grattugia a maglie fini per sminuzzare aromi e scorze di agrumi. Il «baster» – la siringa da cucina utilizzata per inumidire la carne irrorandola con i suoi stessi succhi durante il passaggio in forno – è superfluo: rischia di rallentare la cottura e di ammorbidire eccessivamente la pelle, compromettendone la doratura.

    La preparazione preliminare

    Tacchino ripieno per il giorno del Ringraziamento e non solo
    Scongelato – o tirato fuori dal frigo – il tacchino , è fondamentale rimuovere accuratamente il collo e le frattaglie. È possibile utilizzare fegato, cuore e ghianda per ricavare un brodo o, in alternativa, realizzare un piccolo contorno rustico – sul modello dei tipici «trimmings» (o «sides») americani che accompagnano il tacchino del Ringraziamento – rosolandoli in padella insieme a qualche rametto di rosmarino e timo. Un errore da evitare è quello di salare o condire la carne prima che abbia terminato di scongelarsi: così facendo, la pelle perderà croccantezza durante la cottura, mentre la polpa risulterà meno saporita.

    La salatura a secco («dry brine»)
    Clark consiglia di non sciacquare il tacchino: asciugatelo e strofinate sale, pepe e aromi a piacere, come aglio, erbe, spezie, scorza di agrumi grattugiata o peperoncino in polvere. Per chi possiede sufficiente dimestichezza: separate delicatamente la pelle dal petto e dalle cosce e applicate il sale direttamente sulla carne, ne accentuerà la morbidezza e la sapidità. Ultimata questa fase, il tacchino andrà conservato in frigorifero, scoperto – idealmente su una griglia – per un minimo di 12 ore fino a 3 giorni. Trascorso metà del tempo di riposo, sarà necessario capovolgerlo affinché il sale e gli odori si distribuiscano uniformemente. Un errore da non commettere? Saltare questo passaggio. Senza «dry brine», la superficie rischierà di non cuocere a dovere, risultando cedevole e poco consistente.

    La cottura
    Per una cottura omogenea, sistemate il collo precedentemente rimosso all’interno di una teglia insieme a vino, brodo e aromi; quindi, adagiate il tacchino – eventualmente farcito con erbe, cipolle e aglio – su una griglia, che posizionerete al di sopra della teglia. Spennellate la superficie con olio o burro fuso, e infornate a 180 °C. Non appena la pelle avrà assunto un leggero colore ambrato, riducete il calore e proseguite per 1,5-3,5 ore, a seconda delle dimensioni del volatile. Come anticipato, accantonate strumenti come «baster», siringhe e pipette da cucina: la carne non necessita di essere irrorata durante la cottura. Controllate la temperatura inserendo il termometro nella parte più spessa della coscia, senza toccare l’osso: il tacchino sarà pronto quando avrà raggiunto i 68°C. Un inciampo comune è quello di lasciarsi ingannare dal colore della polpa: alcune parti possono conservare un lieve tono rosa, pur essendo completamente cotte.

    Il riposo
    Terminata la cottura, è necessario che il tacchino riposi 20-30 minuti, coperto con un foglio di alluminio: questo passaggio permetterà ai succhi di distribuirsi uniformemente e di penetrare nella polpa, garantendo un risultato ottimale. I liquidi residui della teglia possono essere raccolti per preparare la «gravy» – la classica salsa statunitense, immancabile sulla tavola del Ringraziamento, ottenuta mescolando i succhi di cottura con farina o amido – o per irrorare la carne al momento del servizio.

    Il taglio
    Quando arriva il momento del taglio, procedete in cucina, lontano dal tavolo, per evitare disordine. Iniziate separando cosce e ali, poi ricavate il petto seguendo il profilo dell’osso. Una volta suddivisa la carne in porzioni, sarà più semplice disossare le sovraccosce e affettare la parte anteriore. Cosce e ali possono essere servite intere, come da tradizione.
    (Ha collaborato Valentina Tessera)

  • Elle venait d’avoir un an. Puis son monde a basculé à jamais.

    Elle venait d’avoir un an. Puis son monde a basculé à jamais.

  • Un combat pour la vie : la bataille d’urgence de la petite Yesenia contre le temps, l’infection et le prix de la survie.

    Un combat pour la vie : la bataille d’urgence de la petite Yesenia contre le temps, l’infection et le prix de la survie.

  • Un petit cœur, un combat acharné : le parcours d’Harper, du diagnostic au triomphe.

    Un petit cœur, un combat acharné : le parcours d’Harper, du diagnostic au triomphe.

  • UNESCO: La cucina italiana e il patrimonio culturale immateriale dell’umanità

    UNESCO: La cucina italiana e il patrimonio culturale immateriale dell’umanità

    Da oggi la cucina italiana è patrimonio dell’Unesco: non solo piatti, ma un “sistema culturale complesso”. Meloni: «Ci inorgoglisce»

    Un riconoscimento che premia un modello culturale capace di unire territori, tradizioni e saperi, e che rafforza il peso internazionale della nostra identità gastronomica

    Unesco, la cucina italiana è Patrimonio culturale immateriale dell'umanità

    «Adopted!» e cioè «Accolto!». Così l’Unesco ha ufficializzato la Cucina italiana come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. I motivi: «Favorisce l’inclusione sociale, promuove il benessere e offre un canale per l’apprendimento intergenerazionale permanente, rafforzando i legami, incoraggiando la condivisione e promuovendo il senso di appartenenza». Un riconoscimento che arriva dopo altri specifici come, ad esempio, l’Arte del pizzaiuolo napoletano. A deciderlo è stato il Comitato intergovernativo, riunito questa mattina a Nuova Delhi, in India. Tra i presenti alla cerimonia il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani per il Governo Meloni, già in India per rafforzare le relazioni politiche ed economiche con il gigante del Sud-est asiatico.

    I primi commenti
    In un videomessaggio, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato: «Oggi l’Unesco ha riconosciuto la Cucina italiana Patrimonio dell’umanità. Siamo i primi al mondo a ottenere questo riconoscimento, che onora quello che siamo e la nostra identità. Perché per noi italiani la cucina non è solo cibo o un insieme di ricette. È molto di più: è cultura, tradizione, lavoro, ricchezza. La nostra cucina nasce da filiere agricole che coniugano qualità e sostenibilità. Custodisce un patrimonio millenario che si tramanda di generazione in generazione. Cresce nell’eccellenza dei nostri produttori e si trasforma in capolavoro nella maestria dei nostri cuochi. E viene presentata dai nostri ristoratori con le loro straordinarie squadre. È un primato che ci inorgoglisce, e ci consegna uno strumento formidabile per valorizzare ancor di più i nostri prodotti e proteggerli con maggiore efficacia da imitazioni e concorrenza sleale».

    E ancora: «Già oggi esportiamo 70 miliardi di euro di agroalimentare, e siamo la prima economia in Europa per valore aggiunto dell’agricoltura. Questo riconoscimento imprimerà al Sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi. Il Governo ha creduto fin dall’inizio in questa sfida e ha fatto la sua parte per raggiungere questo risultato, e ringrazio prima di tutto i Ministri Lollobrigida e Giuli per aver seguito il dossier. Ma è una partita che non abbiamo giocato da soli. Abbiamo vinto questa sfida insieme al popolo italiano, insieme ai nostri connazionali all’estero, insieme a tutti coloro che nel mondo amano la nostra cultura, la nostra identità e il nostro stile di vita. Oggi celebriamo una vittoria dell’Italia. La vittoria di una Nazione straordinaria che, quando crede in sé stessa ed è consapevole di ciò che è in grado di fare, non ha rivali e può stupire il mondo. Viva la cucina italiana! Viva l’Italia!», ha concluso Meloni.

    Dal canto suo Antonio Tajani ha sottolineato come «si vince quando c’è un grande gioco di squadra e l’ingresso della cucina italiana quale patrimonio immateriale dell’Unesco ci incoraggia a fare ancora di più. Ogni ricetta della nostra cucina racconta i territori, promuove una dieta mediterranea sostenibile ed equilibrata, è innovazione e uno straordinario volano di crescita e prosperità».
    Sui social, anche il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini ha festeggiato «la cucina italiana Patrimonio dell’umanità Unesco! La prima nel mondo a essere riconosciuta nella sua interezza. Un premio alla nostra filiera agroalimentare che ci riempie di orgoglio e di soddisfazione — ha scritto —. Dobbiamo essere custodi e promotori di questa eccellenza, apprezzata e imitata ovunque. Alla faccia di chi vuole metterci cibo da laboratorio e insetti nei piatti: viva la nostra cucina, viva le nostre tradizioni».

    Cosa dicono gli chef
    Massimo Bottura, in diretta a «È sempre mezzogiorno», la trasmissione di Rai 1 condotta da Antonella Clerici, ha ribadito come «la cucina italiana è unica al mondo nel suo genere. Non è solo un insieme di piatti o ricette, ma è un rito d’amore, un linguaggio fatto di gesti, di profumi e sapori che tengono unito un Paese intero. Attorno a una tavola apparecchiata l’Italia si riconosce: lì si condividono sogni, si litiga si fa pace, si tramandano memorie. Lo spiegai all’apertura del Refettorio di Parigi. Per noi non è solo nutrirsi: è prendersi cura dei famigliari, degli amici, dei nostri ospiti nei nostri ristoranti o nei nostri Refettori. Ogni regione custodisce una propria grammatica del gusto: un modo diverso di unire la farina all’acqua, l’olio alla luce, il tempo alla pazienza. In questa biodiversità di paesaggi, culture e tradizioni, sta la nostra vera ricchezza. La cucina italiana è un patrimonio immateriale vivente: costruito giorno dopo giorno da milioni di mani di contadini, casari, allevatori, artigiani, cuochi. Riconoscerla come Patrimonio dell’Umanità significa riconoscere la sua forza nel creare legami, nel costruire comunità e nel restituire dignità. Perché quando il gusto incontra la memoria non è più solo cucina: è cultura, è l’Italia che ogni giorno si rinnova cucinando per amore».

    Per Niko Romito, chef del tristellato «Reale» a Castel di Sangro, L’Aquila, «la cucina italiana rappresenta soprattutto una responsabilità: questo riconoscimento ci ricorda che la nostra cucina non è solo un insieme di ricette, ma un patrimonio vivo fatto di territori, gesti, tecniche e identità. Come cuoco significa dare ancora più forza alla ricerca, alla sostenibilità, alla purezza del gusto. È un invito a custodire e allo stesso tempo a innovare con consapevolezza». Tra le strade più efficaci per valorizzare e tutelare la cucina italiana nel mondo, secondo lo chef e imprenditore, «ora più che mai servono tre cose: formazione, filiere e comunicazione autentica. La mia cucina nasce dall’Abruzzo: dalla montagna, dalla sobrietà dei sapori, dalla natura che ti obbliga a essere essenziale. Questo territorio mi ha insegnato a togliere, a cercare l’essenza, a costruire gusto senza sovrastrutture.  L’Abruzzo resta il mio punto di partenza, ma il dialogo è ormai globale».

    La cucina italiana patrimonio dell'umanità Unesco

    Il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio Unesco è «la conferma di ciò che rappresenta nel mondo e sarà un volano per tutto il comparto agroittico alimentare italiano». Così Chicco Cerea, executive chef del ristorante tre stelle Michelin «Da Vittorio», Brusaporto, Bergamo, che ha aggiunto: «Ho la fortuna di poter viaggiare molto e cucinare in tutto il mondo: tutte le volte che ho portato i prodotti della cucina italiana ho sempre ricevuto grandi risultati e grandi apprezzamenti». I potenziali frutti di questo risultato sono numerosi, «ma la capacità di farli effettivamente fiorire è in capo alle istituzioni, da come faranno corso a questa bellissima affermazione e da come ci permetteranno di veicolare i nostri prodotti nel mondo», ha sottolineato Cerea. «Alcune volte abbiamo ancora delle difficoltà a portare le eccellenze italiane, a farle riconoscere». Non a caso, il rischio di italian sounding è sempre dietro l’angolo: «I nostri prodotti sono tra i più contraffatti perché sono i più ambiti, i migliori. E dobbiamo fare, su questo, molta attenzione».

    Raggiunto al telefono, Franco Pepe, maestro pizzaiolo titolare di «Pepe in Grani» a Caiazzo, Caserta, si è così espresso: «Oggi è un giorno bellissimo: ha il sapore delle notti magiche dei Mondiali. Sono orgoglioso di essere italiano una volta di più. Questo riconoscimento nasce dalla terra, dai contadini e dalle aziende, e arriva nei piatti dei clienti grazie alla professionalità di chef, cuochi e pizzaioli. Una vittoria collettiva, nessuno escluso». Pepe si è poi soffermato sul lavoro silenzioso delle filiere: «Il valore di ciò che cuciniamo prende forma dalla abilità e dalla dedizione di chi coltiva, di chi produce, di chi trasforma. La nostra forza arriva da qui. Nel fare pizza, io devo e voglio rendere merito alle piccole aziende e ai contadini che tutto il mondo ci invidia. Faccio un esempio: la mia “margherita sbagliata”, famosa in tutto il mondo, è nata proprio per esaltare una piccola produzione di pomodoro riccio: dietro a ogni piatto, c’è un pezzo d’Italia che merita di essere celebrato. Trovo bellissimo che, ora, questo sia stato ufficializzato». E in conclusione: «Ogni riconoscimento va proiettato al domani. Io penso sempre al futuro: abbiamo l’occasione di elevare ancora di più la considerazione e il valore della cucina italiana nel mondo. Dipende da noi. È un tassello che ci colloca in una posizione nuova nel panorama internazionale. Cavalchiamo l’onda!».

    Stando alle parole rilasciate a Adnkronos da Heinz Beck, chef del tristellato «La Pergola» di Roma, «non c’è nessun Paese che ha così tanto da raccontare come l’Italia in materia di cucina. Questo riconoscimento, però, servirà ad accendere un ulteriore focus sul made in Italy agroalimentare. Non parliamo di un’unica cucina, ma di tante regioni, di tante ricette e tradizioni e poi di tanti prodotti e soprattutto di svariate tecniche. E se qualcuno riduce la cucina italiana a pasta e pizza, oggi si deve ricredere. La cucina italiana è molto di più: è cultura e tradizione, ha un patrimonio immenso e si merita veramente questo riconoscimento. Nell’evolvere, è importante che non dimentichi la sua identità. E fondamentale che racconti sempre cose nuove, belle e interessanti, ma il nostro bagaglio culturale culinario non dovrebbe essere mai dimenticato quando mettiamo mano alle nostre ricette».

    «La cucina italiana, un patrimonio di gesti secolari da tutelare e tramandare che appartiene a tutto il Mediterraneo. Il simbolo di questa cultura? Tonno e conserve. L’innovazione? Recuperare e conservare quei gesti che ci appartengono». Pino Cuttaia, chef del bistellato «La Madia» di Licata, Agrigento, che ha fatto della contaminazione e del recupero del gesto antico la propria missione, ha definito «straordinario» il riconoscimento Unesco, «giunto — come spiegato all’Adnkronos — anche grazie al lavoro di colleghi come Massimo Bottura e di altri che, dalla Spagna alla Francia, hanno fatto squadra, consapevoli che la cucina italiana non è solo un patrimonio dell’Italia: è un patrimonio che appartiene a tutto il Mediterraneo perché contiene anche i loro gesti. Per la posizione dell’Italia, per la sua storia, per le contaminazioni che l’Italia ha avuto, questo patrimonio collega tutto il Mediterraneo attraverso gesti simili, gesti comuni che ci appartengono, dalla Spagna al Portogallo, dalla Grecia alla Tunisia. Gesti che sono stati tramandati attraverso le contaminazioni. La cucina italiana patrimonio Unesco vuol dire preservare e proteggere quei gesti secolari, un know how da tutelare». «L’innovazione — ha concluso Cuttaia — sta proprio nel recuperare quei gesti e conservarli perché abbiamo un patrimonio gastronomico da proteggere». Un patrimonio ricchissimo e variegato, ma se dovesse scegliere un simbolo di questa antica tradizione, Cuttaia non ha dubbi: «Tonno e conserve. Con il tonno che migra dallo stretto di Gibilterra al Mediterraneo», simbolo stesso della contaminazione, e le conserve, simbolo di gesti antichi, «dal cappero al pomodoro, dall’oliva alla bottarga, dall’acciuga ai carciofini alla cipolla, patrimonio delle coste di quel bacino del mediterraneo che diventa patrimonio italiano ma non solo. Secoli di storia da difendere che ne hanno fatto un patrimonio Unesco».

    Gennaro Esposito, chef del bistellato «Torre del Saracino» di Vico Equense, Napoli, a La Presse ha fatto sapere che «con questo riconoscimento vengono premiate tutte le passate generazioni che hanno fatto cucina anche nei momenti difficili della storia del nostro Paese, quando si è fatto cucina con poco, quando si è fatto cucina con una matrice di semplicità, di povertà, addirittura. Oggi abbiamo più libertà di espressione, più prodotti, più strumenti, più tecnologia, e non dobbiamo fare altro che sublimare quella quella matrice». E ancora: «È un bellissimo attestato che rende merito ulteriormente al momento di entusiasmo che vive la cucina italiana, quella con più gradimento nel mondo. Darà una grinta maggiore a tutti noi che facciamo sempre questo lavoro e una grande credibilità al prodotto cucina italiano», ha aggiunto. Con quale piatto celebrerebbe la vittoria? «Io preparerei due cose: una super classica, uno spaghetto a pomodoro e basilico, il passepartout della cucina italiana nel mondo. E poi farei la mia cucina che è mix di influenze, di contaminazioni con la cucina del momento, una cucina sana, di verdure, fresca: il cipollotto cotto sotto la cenere con terra di parmigiano e una spuma di papaccella». Infine una riflessione: «Io — ha concluso Esposito — penso che fino adesso la cucina italiana abbia avuto una parte di romanticismo che forse a volte non rendeva giustizia alla complessità, alla sensibilità di una cucina molto raffinata, molto sofisticata nel modo di essere interpretata. Questo riconoscimento è senz’altro un modo anche per affermare che si tratta di una grande cucina che richiede grandi prodotti e non è solo una questione di nonne, di mamme e di romanticismo».

    Commenti dal mondo vitivinicolo
    Dichiarazioni anche dall’universo del vino. Lamberto Frescobaldi,  presidente di Unione italiana vini (Uiv) che dichiarato che «per la Cucina italiana quello a Patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco è un riconoscimento “alla carriera”, ma con ancora lunghi secoli davanti. E il mondo del vino italiano esulta, perché è parte di essa: in tavola assieme alla cucina italiana c’è anche il “suo” vino. Condividiamo però quanto affermato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: la cucina italiana è anche ricchezza e lavoro. E il vino contribuisce in maniera determinante anche a questi aspetti  — che non sono solo immateriali  —, con un saldo commerciale attivo con l’estero per circa 7,5 miliardi di euro l’anno».
    Gli ha fatto eco Paolo Castelletti, che di Uiv è segretario generale: «Questo è un giorno di grande orgoglio, raggiunto anche grazie alla determinazione del Governo italiano. Siamo pronti a trasferire questo orgoglio in tutto il mondo, anche con una campagna in grado di abbinare in un corpo unico ciò che da sempre è simbolo del saper fare italiano».
    Soddisfazione anche dal Presidente di Federvini Giacomo Ponti: «Accogliamo questa notizia con orgoglio. Vini, spiriti e aceti sono da sempre parte integrante e indissolubile della cucina italiana, elementi fondanti di quel rito della convivialità che il mondo ci invidia e oggi celebra. Questo riconoscimento non premia solo i piatti, ma l’intera cultura della tavola, dove le nostre eccellenze enologiche, i distillati, gli amari, i liquori della tradizione e gli aceti giocano un ruolo da protagonisti nel definire l’identità gastronomica nazionale. È la vittoria di una filiera che ha saputo custodire la tradizione guardando al futuro. Un sentito ringraziamento va alle Istituzioni e a tutti coloro che si sono adoperati con impegno per il successo di questa candidatura».

    Voci fuori dal coro

    Masaf - La Cucina Italiana è Patrimonio UNESCO
    La notizia della cucina italiana da oggi Patrimonio culturale immateriale dell’umanità sta rimbalzando a ogni latitudine. Sono tanti a commentarla e non soltanto dagli addetti ai lavori in senso stretto. Alberto Grandi, professore associato di Storia del cibo all’Università di Parma, dove insegna anche Storia dell’integrazione europea, storico dell’alimentazione e autore italiano noto per aver smontato i miti della cucina italiana, s’è detto «molto lieto del fatto che finalmente l’Unesco abbia riconosciuto la cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità. Era ora che qualcuno con un timbro internazionale certificasse ciò che non è mai esistito, cioè un’idea astratta, levigata e volutamente artefatta della nostra cucina e del nostro rapporto con l’alimentazione». Ovvero che «gli italiani che mangiano sempre benissimo», che abbiamo «una cucina che è sempre come quella della nonna e che tutti noi conosciamo perfettamente a memoria tutte le tradizioni, che tradizioni non sono. Ecco, peccato che questa immagine non abbia alcuna relazione con la storia reale dell’alimentazione italiana, con ciò che gli italiani hanno portato in tavola per secoli e che portano in tavola ancora oggi». Da un suo video social si apprende inoltre che «in pratica noi abbiamo chiesto all’Unesco di certificare non la nostra realtà, ma la nostra caricatura gastronomica, cioè non come siamo ma come vorremmo essere visti e come vorremmo essere fotografati. Più che una operazione storica di salvaguardia della cultura, stiamo facendo semplicemente del marketing. Ma, d’altra parte, siamo un Paese che ha trasformato la fame in tradizione e quindi tutto questo ci sta benissimo».
    Arrigo Cipriani, patron dell’Harry’s Bar di Venezia, fondato nel 1931 dal padre Giuseppe, all’Ansa ha detto che «si tratta di una dizione che non ha senso, un piatto può essere invece considerato patrimonio. Mi pare vago
    questo riconoscimento. Non voglio sembrare sempre il bastian contrario  — ha aggiunto  —. Non esiste una possibile generalizzazione della cucina italiana: c’è quella del nord, del centro, del sud, della Sicilia. La storia e la frammentazione secolare dell’Italia prima dell’unificazione ha avuto peculiari ricette, una diversa dall’altra. Nel mio locale, ad esempio, facciamo cucina veneziana e veneta: il fegato alla veneziana è ben diverso da quello che si fa a Napoli o in altre zone. La cipolla, per questo piatto, deve essere cotta 40 minuti, non così altrove. Unificare quindi la cucina italiana che fa centinaia di piatti buonissimi, che ha diversissimi sapori e prodotti, cucinati anche in modi diversi, non ha senso. E poi vedremo sui locali il marchio dell’Unesco anche in quelli che non sanno cucinare».

    L’iter
    Nel 2023 il Governo italiano, attraverso il Ministero della Cultura e il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, su impulso di tre comunità proponenti — Fondazione Casa Artusi di Forlimpopoli, Accademia Italiana della Cucina e la rivista La Cucina Italiana — aveva presentato la candidatura della «Cucina italiana: sostenibilità e diversità bioculturale» per l’inserimento nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco. Il 10 novembre 2025, il comitato tecnico dell’agenzia Onu ha dato un primo via libera: la candidatura ha ricevuto una valutazione tecnica positiva e gli esperti hanno raccomandato l’inserimento.

    Perché la cucina italiana
    La candidatura non celebra soltanto una serie di piatti celebri — pasta, pizza, risotti e tanti altri — ma riconosce la cucina come un sistema culturale complesso, fatto di tradizioni regionali, cicli stagionali, biodiversità agricola, convivialità e condivisione. La nostra cucina, insomma, è considerata una «arte di vivere», un tessuto sociale che unisce famiglie, comunità e territori, portando con sé memoria, identità e legami.

    Benefici anche economici
    Al di là del valore simbolico, il riconoscimento potrebbe avere un impatto concreto su turismo e lavoro: secondo alcune stime di Cst per Confesercenti, «l’effetto sui flussi turistici potrebbe tradursi in un incremento delle presenze straniere compreso tra il 6 per cento e l’8 per cento nei primi due anni, per un totale di circa 18 milioni di presenze turistiche aggiuntive». Sempre secondo Cst per Confesercenti «la ristorazione italiana è già un attrattore insostituibile del turismo». Nel 2024 i visitatori stranieri hanno speso 12,08 miliardi di euro in ristoranti, bar e pubblici eserciziil 7,5 per cento in più rispetto al 2023. Le anticipazioni per il 2025 indicano un ulteriore aumento, con un totale atteso di circa 12,68 miliardi di euro, pari a una crescita del 5 per cento. A questi si aggiungono i viaggi turistici motivati dall’enogastronomia che generano già oggi 9 miliardi di euro di spesa diretta: un dato che conferma il ruolo della cucina italiana come uno dei principali fattori di scelta della destinazione. Infine, cosa ben più importante, valorizzare la cucina come patrimonio vivente potrebbe contribuire a sostenere le piccole realtà locali — agricoltori, ristoratori, produttori — che custodiscono sapere e sapori, evitando l’omologazione e l’impoverimento culturale.

    Unesco, alcuni numeri
    A oggi l’Unesco ha riconosciuto come Patrimonio immateriale 788 elementi in 150 Paesi del mondo. Gli elementi italiani iscritti nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale sono 19, a cui si aggiunge 1 elemento iscritto al Registro delle Buone Pratiche di Salvaguardia. La cucina italiana viene ritenuta inclusiva, superando barriere culturali e generazionali. Inoltre, l’aderenza a principi come il contrasto allo spreco alimentare e la riduzione del consumo di risorse la rende un modello di sostenibilità ambientale. La decisione dell’Unesco rappresenta anche un riconoscimento del saper fare e del saper esportare delle nostre imprese agro-alimentari, veri e propri ambasciatori non solo del cibo ma della società italiana nel mondo.

    Le altre cucine al mondo già patrimonio Unesco anno per anno
    Tra le tradizioni gastronomiche già riconosciute figurano la cucina tradizionale messicana (2010), il Pasto gastronomico dei francesi (2010), il Washoku giapponese (2013) e la Dieta Mediterranea, iscritta a partire dal 2010.

  • « Rappel de la semaine : Parfois, le plus petit battement de cœur survit aux plus grandes batailles. »

    « Rappel de la semaine : Parfois, le plus petit battement de cœur survit aux plus grandes batailles. »

  • “Les pilotes allemands ont ri – jusqu’à voir 47 Mustangs au-dessus de Paris”

    “Les pilotes allemands ont ri – jusqu’à voir 47 Mustangs au-dessus de Paris”


    C’était un matin où la guerre semblait presque belle. En ce jour de juin 1944, le ciel au-dessus de Paris affichait un bleu cristallin, une pureté “presque insultante” pour reprendre les pensées de l’Oberleutnant Werner Schreuer. Dans le cockpit de son Messerschmitt Bf 109 G6, stationné sur l’aérodrome de Villacoublay, Werner ajustait ses gants de cuir avec la décontraction d’un homme qui se croit intouchable. Depuis quatre longues années, lui et ses camarades de la Jagdgeschwader 26 régnaient en maîtres absolus sur l’espace aérien français. Paris était leur jardin, leur forteresse, leur terrain de jeu privé.

    La veille encore, lors du briefing, le Major Priller avait déclenché l’hilarité générale en se moquant des ingénieurs américains. Selon la logique allemande, implacable et arrogante, les chasseurs alliés étaient incapables d’escorter leurs bombardiers jusqu’à Paris. C’était une question de distance, de consommation de carburant, de mathématiques élémentaires. Les P-47 Thunderbolt ? Des “cruches volantes”. Les P-38 Lightning ? Des cibles faciles. Quant aux rumeurs d’un nouveau chasseur à moteur britannique ? De la pure science-fiction. “Rien ne peut voler jusqu’à Paris et combattre efficacement,” pensait Werner. C’était une certitude gravée dans l’acier de la Luftwaffe.

    Mais l’histoire a un sens de l’ironie cruel. À 9h17, l’alerte retentit. Une formation de bombardiers lourds, cap sur la capitale. Pour Werner et l’élite de la “Schlageter”, ce n’était qu’une autre mission de routine, un tir aux pigeons. Les moteurs Daimler-Benz rugirent, une symphonie de 1475 chevaux par appareil, propulsant les as allemands vers ce qu’ils croyaient être une victoire facile.

    À 6000 mètres d’altitude, la réalité commença à se fissurer. Werner repéra les B-17, ces forteresses volantes scintillant au soleil. Mais quelque chose clochait. Ils ne faisaient pas demi-tour. Ils fonçaient droit sur le cœur de Paris, sans peur, sans hésitation. Et puis, il les vit.

    Luftwaffe pilots in the cockpit of a Heinkel He-111 bomber over North  Africa. February 1943 : r/ww2

    D’abord, on aurait dit un mirage, des reflets dansant sur la verrière. Puis, le sang de Werner se glaça. Ce n’étaient pas des reflets. C’étaient des points argentés. Des dizaines. Près de cinquante chasseurs volaient en formation serrée, protégeant les bombardiers comme une meute de loups gardant son troupeau. La radio crépita, la voix du Feldwebel Müller tremblante d’incrédulité : “Mon Dieu, ce sont des chasseurs américains ! Ils sont au-dessus de Paris !”

    Le silence qui suivit fut plus lourd que le fracas des moteurs. C’était impossible. Aucun chasseur allié ne possédait l’autonomie pour parcourir 1200 kilomètres, combattre, et rentrer. Müller avait dû boire. Mais les silhouettes élégantes, les ailes parfaitement proportionnées, et surtout, l’étoile blanche américaine brillant sur les fuselages ne mentaient pas. C’était le P-51 Mustang. Et il n’était pas là pour faire de la figuration.

    La bataille qui s’engagea alors ne fut pas un combat, ce fut un massacre, un choc technologique et psychologique brutal. Les Allemands découvrirent avec horreur que le Mustang n’était pas un chasseur lourd et pataud gorgé de carburant. Au contraire, il était rapide, agile, mortel. Il grimpait plus vite que leurs Messerschmitts, virait aussi serré, et piquait avec une stabilité terrifiante.

    Le Lieutenant Colonel Don Blakeslee, commandant le 4ème Groupe de Chasse américain, menait cette danse macabre. Grâce à une innovation simple mais révolutionnaire — des réservoirs largables de 75 gallons — il avait transformé le Mustang en un prédateur à long rayon d’action. Au moment du combat, ses pilotes larguèrent ces réservoirs vides et se jetèrent sur les Allemands avec la férocité de ceux qui savent qu’ils écrivent l’histoire.

    Pour Werner, le cauchemar était total. Il vit ses camarades tomber les uns après les autres. Hans explosa en une boule de feu. Friedrich perdit une aile. La tactique allemande, basée sur l’attaque rapide de bombardiers sans défense, s’effondra face à ces chasseurs d’escorte agressifs. Les Mustangs ne se contentaient pas de défendre ; ils chassaient. Ils avaient l’avantage de l’altitude et semblaient disposer de munitions illimitées.

    LEGENDARY P-51B MUSTANG THAT FLEW UNDER THE EIFFEL TOWER TO PERFORM IN  ENGLAND WITH F-22 RAPTOR

    Au sol, le spectacle était surréaliste. Les Parisiens, sortis sur leurs balcons, assistaient, bouche bée, à l’impensable. Pour la première fois depuis 1940, des avions alliés défiaient l’occupant dans son propre ciel. Au-dessus de la Tour Eiffel, de l’Arc de Triomphe, les traînées de condensation dessinaient les contours de la liberté à venir. Chaque Messerschmitt qui s’écrasait dans la Seine ou sur les pavés parisiens était un clou de plus dans le cercueil du IIIe Reich.

    L’humiliation atteignit son paroxysme lorsque Werner tenta de fuir en piqué, une manœuvre où le Bf 109 était censé être intouchable. À 700 km/h, la structure de son avion gémissant sous la contrainte, il regarda son rétroviseur. Le Mustang était toujours là. Pire, il se rapprochait. C’est à cet instant précis que Werner comprit : la supériorité technologique avait changé de camp. L’Allemagne avait perdu la course.

    Le bilan de cette journée fut catastrophique pour la Luftwaffe. Huit Messerschmitts abattus, quatre endommagés, sans une seule perte côté américain. Mais les dégâts dépassaient largement la perte de matériel. C’était l’effondrement d’un mythe. Le général Dietrich von Choltitz, gouverneur de Paris, appela Berlin, et la nouvelle provoqua chez Hitler une colère noire, faite de déni et de stupeur.

    Hermann Göring, le chef de la Luftwaffe, avouera plus tard que le jour où il vit des Mustangs au-dessus de Berlin, il sut que la guerre était perdue. Mais en réalité, le glas avait sonné plus tôt, ce jour de juin au-dessus de Paris. Ce n’était pas seulement une victoire tactique ; c’était la preuve que l’Amérique avait résolu l’équation de la distance. Désormais, aucune ville allemande, aucune usine, aucun citoyen du Reich n’était à l’abri.

    Les conséquences furent immédiates et dévastatrices. La Luftwaffe, forcée de défendre un front aérien devenu immense, s’épuisa. Les pilotes expérimentés comme Werner furent décimés, remplacés par des novices envoyés à l’abattoir face à des Américains sur-entraînés. L’industrie allemande tenta désespérément de riposter avec les jets Me 262, mais il était trop tard. Le raz-de-marée était en marche.

    Werner Schreuer survécut à la guerre, portant les cicatrices physiques et mentales de ce jour fatidique. Devenu historien, il eut l’honnêteté d’admettre leur erreur fatale : “Nous avons ri… Nous avions tort de rire.” Ce rire, figé dans la gorge des pilotes allemands, résonne encore comme l’avertissement éternel de l’histoire : l’arrogance précède toujours la chute.

    Ces 47 Mustangs n’ont pas seulement nettoyé le ciel pour le Débarquement qui allait suivre ; ils ont brisé la volonté de l’ennemi. Ils étaient la promesse tangible, hurlante et métallique, que la libération n’était plus un rêve lointain, mais une réalité qui fonçait à 700 km/h vers la victoire. Ce jour-là, au-dessus de la Ville Lumière, l’espoir avait enfin des ailes, et elles portaient une étoile blanche.

  • « SÉISME APRÈS LE 3–1 : CARVAJAL KICKS BARÇA, MAIS LES 8 MOTS ÉLECTRIQUES DE LAMINE YAMAL DÉVASTENT INTERNET ! » – La provocation de Carvajal a enflammé la presse, mais la réponse tranchante du prodige du Barça a fait de lui une star mondiale.

    « SÉISME APRÈS LE 3–1 : CARVAJAL KICKS BARÇA, MAIS LES 8 MOTS ÉLECTRIQUES DE LAMINE YAMAL DÉVASTENT INTERNET ! » – La provocation de Carvajal a enflammé la presse, mais la réponse tranchante du prodige du Barça a fait de lui une star mondiale.

    La Guerre des Mots : Dani Carvajal et Lamine Yamal, Duel de Géants Avant le Clásico

    Le 8 décembre 2025, une soirée mémorable s’est déroulée au Camp Nou, non seulement pour la victoire du FC Barcelone sur l’Atlético Madrid (3-1), mais aussi pour l’explosion d’une guerre verbale qui secoue le monde du football espagnol. Après la victoire du Barça, Dani Carvajal, défenseur du Real Madrid, a déclenché une tempête en ligne avec un tweet cinglant. Son message moqueur n’a pas tardé à faire réagir le jeune prodige du Barça, Lamine Yamal, dont la réponse rapide et incisive est devenue virale.

    Le Tweet de Carvajal : Une Provocation Calculée

    Dani Carvajal, fidèle à sa réputation de joueur intrépide et provocateur, n’a pas pu s’empêcher de réagir après le but de Ferran Torres, marqué dans le temps additionnel. « Le Barça a battu l’Atlético 3-1 grâce à un but chanceux à la dernière minute ? 😏 Quelle blague ! N’oubliez pas que lors des grands Clásicos, je vous ai montré à maintes reprises ce qu’est le vrai football. Face au Real Madrid, vous vous effondrerez comme toujours. » Ce tweet n’a pas mis longtemps à faire le tour de la toile, et les réactions ont été immédiates.

    Carvajal, avec ses 33 ans et ses 400 apparitions sous le maillot du Real Madrid, a une longue histoire de joutes verbales. Sa déclaration ne visait pas seulement à commenter la victoire du Barça mais à remettre en cause leur force face à son équipe, qu’il qualifie d’invincible lors des confrontations directes. Pour lui, ce n’était qu’un coup de chance, et il s’est empressé de provoquer les supporters catalans sur les réseaux sociaux.

    Yamal inherits Barcelona's iconic number 10 jersey | The Straits Times

    Yamal Riposte : Une Réponse Cinglante

    À peine 15 minutes plus tard, Lamine Yamal, l’adolescent prodige du FC Barcelone, est intervenu. À seulement 17 ans, Yamal a écrit un message court mais percutant : « Parle sur le terrain, Dani. On gagne des titres. » Ce tweet a immédiatement capté l’attention de millions de personnes, y compris des légendes du football comme Ronaldinho et Pedri, qui ont exprimé leur soutien.

    Lamine Yamal, déjà reconnu pour ses performances exceptionnelles cette saison (12 buts et 18 passes décisives en Liga), ne s’est pas laissé intimider par la provocation de Carvajal. En quelques mots, il a rappelé au latéral droit du Real Madrid que les paroles ne comptent pas autant que les titres remportés sur le terrain. « On gagne des titres » a résonné comme un coup de maître, soulignant que malgré les provocations, Barcelone domine la Liga cette saison, invaincu à domicile et avec la meilleure défense du championnat.

    Le Silence de Carvajal : Une Stratégie ou une Tactique?

    Le silence de Carvajal après la réplique de Yamal a surpris de nombreux observateurs. Certains estiment que c’est une réponse stratégique, voulant éviter d’alimenter davantage la polémique et détourner l’attention du match crucial contre l’Athletic Club à San Mamés. Des sources proches du Real Madrid suggèrent que l’entraîneur Xabi Alonso aurait demandé à Carvajal de se calmer avant de déstabiliser l’équipe, surtout en vue du Clásico à venir.
    Carvajal: “El problema está siendo la falta de acierto ...

    Cependant, ce silence n’a pas empêché les supporters madrilènes de continuer à soutenir leur capitaine, et les réseaux sociaux n’ont cessé de discuter de ce duel verbal. Le hashtag #Yamal8Palabras a rapidement pris d’assaut Twitter, et le jeune prodige a vu sa réponse devenir l’un des sujets les plus commentés de l’année.

    Lamine Yamal : Le Nouveau Visage du Barça

    Ce duel verbal va au-delà de la simple rivalité entre Carvajal et Yamal. Il incarne la nouvelle génération du football espagnol. Lamine Yamal, à seulement 17 ans, est devenu le symbole de la renaissance du FC Barcelone, porteur d’espoir pour l’avenir du club. Sa réponse à Carvajal démontre non seulement son talent sur le terrain mais aussi sa maturité impressionnante en dehors de celui-ci.

    Le jeune attaquant catalan ne se contente pas de briller lors des matchs ; il sait aussi comment gérer la pression médiatique avec intelligence. Sa capacité à répondre avec humour et précision à la provocation de Carvajal montre qu’il est bien plus qu’un simple prodige du ballon rond – il est une star en devenir, aussi bien sur le terrain qu’à travers ses interactions avec les fans et les médias.

    Un Clásico Déjà Explosif

    Le Clásico du 22 décembre promet de faire des étincelles. La rivalité entre le Real Madrid et le FC Barcelone a toujours été marquée par la passion, la tension et les enjeux élevés, mais cette fois-ci, les deux équipes arrivent avec des dynamiques bien distinctes. Barcelone, porté par la forme incroyable de Yamal et une équipe solide, semble bien lancé pour dominer la Liga, tandis que le Real Madrid lutte pour maintenir sa régularité cette saison.

    Barcelona 5-2 Getafe: Messi turns on the style in Blaugrana rout

    Avec ce duel verbal entre Carvajal et Yamal, la tension est montée d’un cran. Ce n’est plus seulement un match de football, mais un affrontement symbolique entre deux générations, deux philosophies et deux clubs rivaux prêts à se battre sur le terrain pour prouver leur suprématie.

    Conclusion : Qui Aura le Dernier Mot ?

    Ce Clásico s’annonce non seulement comme un combat pour le titre de Liga, mais aussi comme une bataille psychologique entre Dani Carvajal et Lamine Yamal. Le jeune prodige du Barça a réussi à déstabiliser Carvajal avec sa réponse tranchante, mais il reste à voir si le vétéran madrilène saura réagir dans le match à venir. Une chose est sûre : ce Clásico sera inoubliable, et tout le monde attend de voir qui aura le dernier mot sur le terrain.

  • ‘PERSONNE N’EST PRÉPARÉ À CE GENRE DE NOUVELLE.’ Lionel Messi reçoit un appel à 3h15 du matin de sa mère, en larmes, pour lui annoncer une tragique nouvelle concernant son père, Jorge. Un moment dévastateur qui a bouleversé la vie de la star.

    ‘PERSONNE N’EST PRÉPARÉ À CE GENRE DE NOUVELLE.’ Lionel Messi reçoit un appel à 3h15 du matin de sa mère, en larmes, pour lui annoncer une tragique nouvelle concernant son père, Jorge. Un moment dévastateur qui a bouleversé la vie de la star.

    Lionel Messi : Un Appel à 3h15 Qui A Changé Sa Vie

    Dans l’intimité de la nuit, alors que tout semblait tranquille et paisible, Lionel Messi a vu son monde basculer. À 3h15 du matin, son téléphone a sonné, brisant le silence de son sommeil. Personne n’est préparé à recevoir un appel à une heure aussi tardive, surtout quand il s’agit d’une nouvelle qui change à jamais le cours de la vie. Pour le capitaine argentin, cette sonnerie allait marquer le début d’une épreuve émotionnelle que même le plus grand joueur de football du monde n’aurait pu anticiper.

    Une Nouvelle Inattendue : L’Annonce Dévastatrice

    Au bout du fil, la voix tremblante de sa mère, Celia María, venait de lui annoncer une nouvelle qu’il n’aurait jamais imaginée : son père, Jorge Messi, avait été transporté d’urgence à l’hôpital dans un état critique. Le cœur de Messi s’est serré instantanément, un sentiment d’impuissance envahissant son esprit. « Maman ? » a-t-il murmuré, mais la réponse fut celle d’un tourbillon émotionnel, un enchevêtrement de sanglots et de paroles hachées.

    Ses pensées se sont embrouillées, mais une seule idée a traversé son esprit : sa vie venait de changer, et ce n’était plus le football ou les trophées qui comptaient. À cet instant précis, l’homme au sommet de sa carrière mondiale n’était plus qu’un fils dévasté, terrifié par la nouvelle qu’il venait de recevoir.

    Le Choc : Un Instant d’Incompréhension

    La douleur de Messi, amplifiée par le choc de cette annonce, est devenue palpable lorsqu’il a appris que son père, figure centrale de sa vie, était dans un état critique. La scène, si intense et chargée d’émotion, a plongé le joueur dans une spirale de réflexion où tout ce qu’il avait accompli semblait soudainement insignifiant face à la fragilité de la vie humaine. Le football, les gloires, et les trophées n’étaient plus qu’un lointain souvenir comparé à ce moment de profonde vulnérabilité.

    Messi,baba yake waonekana Barcelona,hatihati kuikacha PSG ,hata hivyo mambo bado yako hivi - YouTube

    Le père de Messi, une figure inébranlable, toujours là pour lui, avait soutenu chaque étape de sa carrière. Mais cette nuit-là, la vie de son père, un homme solide, semblait suspendue à un fil, un fil que même Messi ne pouvait contrôler. Ce fut le genre de moment où il se rendit compte qu’aucun but marqué, aucune victoire, ne pouvait apaiser la douleur qu’il ressentait.

    Une Nuit Infinie : L’Attente de Nouvelles

    Dans les heures qui ont suivi l’appel, Messi a traversé une nuit interminable, seul avec ses pensées, dans un état de confusion et de stress indescriptible. Bien que le champion soit habitué à gérer la pression sur le terrain, rien ne l’avait préparé à une épreuve aussi personnelle et intime. Son corps, pourtant si fort sur le terrain, était désormais pris dans une tourmente émotionnelle qu’il n’avait jamais connue.

    La nuit s’étira lentement, et chaque minute semblait plus longue que la précédente. Messi, dans son état d’angoisse, a appelé ses frères, leur annonçant la nouvelle avec une voix tremblante, dévastée. Il les a rassurés, mais au fond de lui, il ne savait pas comment surmonter cette situation. « Est-ce que j’ai dit assez à mon père ? Est-ce que j’ai exprimé tout ce que je ressens ? » s’est-il demandé, tourmenté par des questions sans réponse.

    L’Émotion : Une Réaction Humaine au Drame

    Les proches de Messi ont rapporté qu’ils ne l’avaient jamais vu dans un tel état. « Il était pâle, calme, accablé, avec une douleur qui semblait lui déchirer le cœur », a témoigné un proche. L’homme qui domine les terrains de football, qui a fait rêver des millions de fans à travers le monde, semblait à cet instant brisé, réduit à sa plus simple expression humaine : un fils angoissé et bouleversé par l’incertitude de l’avenir.

    L’Arrivée à l’Hôpital : Une Réunion Familiale Marquée par l’Inquiétude

    Lorsque Messi est arrivé à l’hôpital, il a retrouvé sa famille, unie dans l’angoisse et l’incertitude. Les yeux gonflés de ses proches, les mains serrées dans un geste instinctif de soutien, traduisent la terreur d’une famille entière face à l’inconnu. Bien que Messi ait trouvé son père entre la vie et la mort, le soutien de sa famille lui a permis de tenir bon.

    Pictures from Messi's 38th birthday party! 📸🎂 : r/messi

    L’Impact Mondial : Une Légende Confrontée à la Vie

    La réaction du monde face à cette tragédie a été immédiate. Les fans de Messi, de toutes les nations, ont envoyé des messages de soutien, rappelant que, malgré toute la gloire et la célébrité, l’amour familial et la douleur d’un enfant sont universellement compris.

    Messi, malgré son statut de légende vivante, a dû faire face à l’un des plus grands défis de sa vie : une épreuve émotionnelle qui, pour une fois, l’a mis à genoux. Cela nous rappelle que, derrière chaque victoire, chaque record, chaque trophée, il y a un homme, un père, un fils, dont la vie peut basculer en un instant.

    Cet événement tragique, aussi bouleversant soit-il, démontre que même les plus grandes figures du sport mondial sont confrontées aux réalités de la vie, et rien ne les prépare aux coups durs qu’elle leur réserve.

  • Le dernier souffle des « bêtes » : l’exécution publique et macabre des gardiennes sadiques de Stutthof devant 200 000 spectateurs – un théâtre d’horreur.

    Le dernier souffle des « bêtes » : l’exécution publique et macabre des gardiennes sadiques de Stutthof devant 200 000 spectateurs – un théâtre d’horreur.

    Nous sommes le 1er septembre 1939. L’invasion de la Pologne par l’Allemagne nazie marque le début de la Seconde Guerre mondiale. Après avoir vaincu l’armée polonaise, les Allemands répriment impitoyablement les Polonais, qu’ils considèrent comme racialement inférieurs. Dans les semaines qui suivent l’attaque allemande, les SS, la police et l’armée allemandes fusillent des milliers de civils polonais, parmi lesquels de nombreux membres de la noblesse, du clergé et de l’intelligentsia. Les nazis ont pour objectif d’anéantir la culture et l’identité nationale polonaises et d’écraser toute résistance en arrêtant et en assassinant les Polonais.

    Les Allemands souhaitaient faire de la Pologne une source inépuisable de travail forcé et le lieu de l’extermination massive des Juifs d’Europe. Le 2 septembre 1939, les nazis établirent le premier camp de concentration hors des frontières allemandes pendant la Seconde Guerre mondiale : Stutthof. Après la guerre, les anciens membres du personnel du camp payèrent de leur vie pour leurs crimes, brutalement exécutés devant 200 000 personnes. Ces exécutions de masse, immortalisées par les photographes de presse, s’apparentèrent à un théâtre d’horreur.

    Les Allemands établirent le camp de concentration de Stutthof dans une zone boisée à l’ouest de Stutthof, ville située à environ 35 km à l’ouest de Dantzig. Le camp d’origine, également connu sous le nom de vieux camp, fut construit en 1940 et comprenait huit baraquements pour les prisonniers, entourés de barbelés. Sa construction s’inscrivait dans le cadre du programme de nettoyage ethnique, qui visait également l’élite polonaise, notamment les intellectuels ainsi que les dirigeants politiques et religieux. Avant même la guerre, les Allemands avaient dressé des listes de personnes à arrêter, et les autorités nazies repéraient secrètement des sites susceptibles de servir de camps de concentration.

    Avant son agrandissement massif, Stutthof était à l’origine un camp d’internement civil placé sous l’autorité du chef de la police de Dantzig. En novembre 1941, il devint un camp de travail-éducation destiné aux prisonniers politiques et aux personnes accusées de violation du règlement intérieur, et fut administré par le SD, la police secrète allemande. Enfin, en janvier 1942, Stutthof devint un camp de concentration à part entière, placé sous le contrôle de la SS.

    En 1943, le camp fut agrandi et un nouveau bâtiment fut construit à côté du camp d’origine. Il comprenait 30 nouveaux baraquements et était entouré d’une clôture électrifiée de barbelés. Une chambre à gaz et un crématorium furent également ajoutés en 1943, précisément au moment où les exécutions de masse commencèrent et où Stutthof devint un camp d’exécution, en juin 1944. La chambre à gaz avait une capacité maximale de 150 personnes par exécution.

    Gardes nazies féminines - YouTube

    Le système concentrationnaire de Stutthof se transforma progressivement en un vaste réseau de camps de travail forcé. Cent cinq sous-camps furent établis dans le nord et le centre de la Pologne occupée par les Allemands. Des dizaines de milliers, voire des centaines de milliers de personnes, furent déportées au camp de concentration de Stutthof. Les prisonniers étaient principalement des Polonais non juifs. Les conditions de vie dans le camp étaient inhumaines. De nombreux prisonniers périrent lors des épidémies de typhus qui frappèrent le camp durant l’hiver 1942, puis à nouveau en 1944. Ceux que les SS jugeaient trop faibles ou trop malades pour travailler étaient gazés.

    Les gazages au Zyklon B commencèrent en juin 1944. 4 000 prisonniers, dont des femmes et des enfants juifs, furent assassinés avant l’évacuation du camp. Les médecins du camp administraient des injections mortelles de phénol aux prisonniers malades ou blessés à l’infirmerie. Plus de 60 000 personnes périrent au camp de concentration de Stutthof et dans ses annexes. Jusqu’en 1942, la quasi-totalité des prisonniers étaient polonais. Leur nombre augmenta considérablement en janvier 1944, et les nouveaux arrivants étaient principalement juifs. Les 2 500 premiers prisonniers juifs arrivèrent d’Auschwitz en juillet 1944. Au total, 23 566 Juifs, dont 21 817 femmes, furent déportés d’Auschwitz à Stutthof.

    Le personnel du camp était composé de gardes SS et, après 1943, d’auxiliaires ukrainiens. En juin 1944, les SS commencèrent à former des femmes de Dantzig et des villes environnantes comme gardiennes du camp de Stutthof. Cette mesure était due à une pénurie de gardiennes suite à la création d’un sous-camp de Stutthof pour femmes, appelé Bromberg-Ost, près de Bydgoszcz.

    L’évacuation des prisonniers du système concentrationnaire de Stutthof, dans le nord de la Pologne, débuta en janvier 1945. À ce moment-là, près de 50 000 prisonniers se trouvaient dans les camps de Stutthof, en grande majorité juifs. Environ 5 000 prisonniers furent conduits jusqu’à la côte baltique, forcés de se jeter à l’eau et fusillés. Les prisonniers restants furent contraints de marcher vers Lauenburg, dans l’est de l’Allemagne, mais ils furent bloqués par l’avancée des troupes soviétiques. Les Allemands forcèrent alors les survivants à retourner à Stutthof. Des milliers périrent durant ces marches, victimes des rigueurs de l’hiver et des mauvais traitements infligés par les gardes SS.

    Fin avril 1945, les derniers prisonniers de Stutthof furent transportés par mer, le camp étant complètement encerclé par les forces soviétiques. Des centaines de prisonniers furent de nouveau jetés à la mer et fusillés. On estime que 25 000 prisonniers, soit un sur deux, périrent lors de l’évacuation de Stutthof et de ses annexes. Lorsque les forces soviétiques libérèrent Stutthof le 9 mai 1945, elles ne trouvèrent qu’une centaine de prisonniers qui avaient réussi à se cacher pendant l’évacuation. Au total, environ 100 000 prisonniers transitèrent par le système concentrationnaire de Stutthof. Au moins 60 000 d’entre eux furent assassinés. 22 000 autres furent transférés dans d’autres camps de concentration.

    Après la guerre, les anciens membres du personnel du camp de Stutthof furent inculpés lors du premier procès de Stutthof, qui débuta le 25 avril 1946. Parmi les accusés figurait Jenny Wanda Barkmann, une gardienne de Stutthof qui maltraitait les prisonniers et était connue pour battre les détenus à coups de fouet ou à mains nues, certains jusqu’à la mort. Parmi ses victimes figuraient des enfants. Durant le procès, Barkmann ne semblait pas particulièrement préoccupée par sa vie, mais plutôt par son apparence. Elle portait des vêtements à la mode, changeait de coiffure tous les jours et aurait même flirté avec les gardiens.

    Une autre accusée était Wanda Klaff, tristement célèbre pour ses traitements brutaux infligés aux détenues. Elle les frappait à coups de poing et de pied sans raison apparente jusqu’à ce qu’elles gisent inertes au sol. Lorsqu’elle était particulièrement en colère, elle noyait les détenues dans la boue ou les battait à mort avec une matraque. Elle a témoigné lors du procès :

    « Je suis très intelligent et j’ai accompli mon travail dans les camps avec dévouement. Je battais au moins deux prisonniers par jour. »

    Avec cette déclaration, elle était probablement la seule à penser ainsi. Une autre accusée était Elisabeth Becker, connue pour sa cruauté. Elle maltraitait les détenues et battait des enfants avec leurs mères, qu’elle envoyait ensuite sans remords aux chambres à gaz pour y être assassinées. Également accusée, la gardienne Eva Paradies, qui, durant les hivers rigoureux, forçait des groupes de détenues à se déshabiller et à rester debout dans la neige. Puis elle leur versait de l’eau froide et, si elles bougeaient, elle les battait.

    Parmi les cinq gardiennes de la prison de Stutthof condamnées à mort figurait Gerda Steinhoff. Elle était connue pour avoir battu à mort des détenues, y compris des enfants, et pour avoir procédé à la sélection des condamnées pour les chambres à gaz. Malgré la gravité des accusations, les femmes auraient fait preuve d’insolence durant le procès, se moquant ouvertement d’elles.

    À l’issue du procès, le 31 mai, onze accusés furent condamnés à mort par pendaison pour crimes contre l’humanité. Parmi eux figuraient les cinq femmes mentionnées précédemment. Quatre d’entre elles pleurèrent et implorèrent grâce. Seule Jenny Wanda Barkmann garda un calme imperturbable. Son exécution, publique, devint un spectacle d’horreur, immortalisé par les photographes de presse officiels. Après la Seconde Guerre mondiale, seules trois exécutions de criminels de guerre eurent lieu en Pologne. L’une d’elles se déroula à Biskupia Górka, près de Gdańsk.

    Le 4 juillet 1946, lors de l’exécution de onze criminels de guerre nazis du camp de concentration de Stutthof, 200 000 personnes assistèrent à la scène. La colline de Biskupia Górka était assiégée ce jour-là. Trois jours auparavant, les journaux avaient annoncé la date de l’exécution. Les employeurs accordèrent un jour de congé à leurs employés et leur proposèrent de les transporter. N’importe qui pouvait venir assister à l’exécution. Les forces de sécurité craignaient des lynchages à tout moment, et la milice et l’armée peinaient à contenir la foule immense.

    Le 4 juillet était une journée chaude et ensoleillée. À 17 heures précises, des camions ouverts ont amené les prisonniers sur le lieu d’exécution. Leurs mains et leurs pieds étaient liés. À l’arrière de chacun des onze camions se tenait un condamné, soit six hommes et cinq femmes. Les camions étaient stationnés au pied de l’échafaud, et les condamnés étaient contraints de se tenir debout sur les chaises où ils étaient assis auparavant. D’anciens détenus de Stutthof, vêtus d’uniformes rayés, se sont portés volontaires comme bourreaux et ont passé un simple nœud coulant autour du cou des condamnés.

    Les exécutions furent planifiées de telle sorte que les onze condamnés à la pendaison ne chutent pas d’une grande hauteur après le départ des camions. Ceci garantissait que les nœuds coulants ne leur briseraient pas la nuque et qu’une mort instantanée ne surviendrait pas. Cette méthode de chute de faible hauteur entraîna une mort atroce par suffocation pour chacun des condamnés, durant entre 10 et 20 minutes. Lorsque le conducteur du premier camion, transportant à l’arrière Johann Pauls, l’ancien commandant des gardes de Stutthof, démarra le moteur et commença à avancer lentement, Pauls, déjà pendu mais encore debout sur la plateforme, parvint à crier :

    “Heil Hitler !”

    Immédiatement, des insultes fusèrent de la foule. Le corps inanimé de Paul ne bougea pas. Un autre camion reçut le signal de se mettre en marche et un autre condamné fut appelé à la potence, comme l’appelaient les spectateurs. Tandis que les camions approchaient de l’échafaud, les autres prisonniers eurent un aperçu de ce qui les attendait. Lorsqu’un chauffeur ne parvint pas à démarrer son moteur à plusieurs reprises, un ancien détenu le poussa tout simplement du haut de l’échafaud. La foule, en liesse, leva les bras et cria :

    « Pour nos hommes, pour nos enfants ! »

    Lorsque le dernier condamné mourut, les forces de sécurité laissèrent la foule se diriger vers l’échafaud. On arrachait les boutons, on découpait des morceaux de tissu, on rouait de coups les cadavres. La foule rassemblée fut finalement dispersée et chassée de la place, et les corps furent descendus de l’échafaud. Une rumeur prétendait que le corps de Jenny Wanda Barkmann avait été incinéré et ses cendres emportées à Hambourg pour être dispersées dans les toilettes de l’appartement où elle était née. Or, cela est faux. En réalité, les corps des exécutés furent transportés à la faculté de médecine de l’université de Dantzig, où ils servirent à des cours d’anatomie. Aucune larme ne fut versée pour les tortionnaires nazis de Stutthof.