Dopo il voto di Campania, Puglia e Veneto, FdI rilancia l’ipotesi di una riforma in senso proporzionale. Schlein: «Non faremo a Meloni questo favore». Ma il M5S apre

Un muro di no all’ipotesi di riformare la legge elettorale. Ad alzarlo è il centrosinistra che coglie nell’urgenza, rappresentata dalla maggioranza, un «segnale di paura» di Giorgia Meloni per il centrodestra alle prossime Politiche. «Un ragionamento — dice la segretaria del Pd, Elly Schlein, riferendosi all’esigenza avanzata a caldo dal responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli — che nasce dalla paura di perdere. A noi non interessa cambiare la legge: è una priorità di Meloni non degli italiani. Non le faremo questo favore». E così tutti i leader di opposizione, con un solo distinguo: quello del M5S che apre a un sistema proporzionale.
All’indomani del voto in Campania, Puglia e Veneto che chiude la lunga tornata delle Regionali di questo autunno, intervenire sulla legge elettorale con la quale si determinerà il prossimo Parlamento torna tema di discussione. L’argomento, in realtà, già da alcuni mesi anima confronti interni agli schieramenti, ma una concreta ipotesi non c’è. Donzelli ha rilanciato la suggestione di rifarsi al modello in uso proprio nelle Regioni: «Il migliore con l’obiettivo della governabilità. Alle Politiche rischia di non esserci una maggioranza, circostanza che farebbe felice il centrosinistra che potrebbe fare un governo con tutti dentro». L’ipotesi sarebbe quindi quella di un ritorno a un sistema proporzionale, corretto da un premio di maggioranza (si ipotizza del 55% dei seggi) per la coalizione che ottiene più voti (purché oltre il 40%). I collegi uninominali previsti dall’attuale legge, il Rosatellum, considerati «fattore di instabilità», potrebbero sparire. In discussione anche l’ipotesi di indicare il candidato premier sulla scheda elettorale e il mantenimento dei listini bloccati.
Per il capogruppo FdI al Senato, Lucio Malan, «il premio di maggioranza è sicuramente una delle ipotesi allo studio» mentre la sopravvivenza dei collegi è «questione da esaminare». Il portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi, sposa in pieno il «proporzionale ma con premio di maggioranza per evitare papocchi dopo il voto». Quanto al nome del candidato premier sulla scheda elettorale, «noi siamo affezionati al metodo attuale: chi prende più voti fa il premier».

Non entrano proprio nel merito gli avversari, contrari, stando alle dichiarazioni, in modo netto. «Hanno capito che avendo noi riunito faticosamente la coalizione progressista, vinceremmo le prossime elezioni politiche — attacca Schlein —, non mi sembra la migliore premessa per ipotizzare un cambio di regole quando manca poco al voto». Duro anche Riccardo Magi segretario di +Europa: «L’obiettivo di una riforma della legge elettorale dovrebbe essere quello di ridare valore al voto dei cittadini che disertano sempre di più le urne. Invece Meloni, sconfitta alle elezioni regionali, si propone di conservare il potere con una proposta che è in realtà un porcellum in salsa meloniana: un Meloncellum». Una «modifica», pensa anche Nicola Fratoianni leader di Avs, «annunciata solo per convenienza, vecchio vizio della politica italiana, ma non funziona».
Analizza la questione Matteo Renzi. Per confermare che no, «non ci sarebbe alcun motivo a superare il Rosatellum». Dice il leader di Italia viva: «La legge elettorale di per sé non è un ostacolo alla governabilità. Il centrodestra vuole cambiarla perché teme di non toccare palla sui collegi in due terzi del Paese». Chi invece non esclude un cambio delle regole è il M5S: «Siamo sempre stati contrari a questa legge elettorale. Siamo per cambiarla, siamo per il proporzionale», sostiene il capogruppo alla Camera, Riccardo Ricciardi.
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