Nel vasto e tumultuoso teatro della politica italiana, il linguaggio non è mai stato un semplice veicolo di comunicazione. È un’arma, un campo minato, una trincea dove si combattono guerre ideologiche feroci mascherate da disquisizioni accademiche. L’ultimo capitolo di questa saga infinita vede protagonisti due pesi massimi di mondi contrapposti: da un lato Giorgia Meloni, la prima donna Presidente del Consiglio, pragmatica e populista; dall’altro Michele Serra, penna storica della sinistra intellettuale, custode dell’ortodossia culturale e, in questo caso, autoproclamatosi “maestrino” della grammatica nazionale.
Al centro della disputa c’è una parola, un termine che suona quasi cacofonico alle orecchie dei puristi: “La Presidenta”.
Ciò che a prima vista potrebbe sembrare una banale svista linguistica o un errore da matita blu in un compito di quinta elementare, si è trasformato in un caso di stato che rivela le profonde fratture della nostra società. Ma andiamo a fondo, oltre la superficie delle polemiche da bar, per capire cosa sta realmente accadendo nei palazzi del potere e nelle redazioni dei giornali.

Il Casus Belli: L’Ignoranza Presunta e l’Arroganza Reale
Tutto nasce dall’uso del termine “La Presidenta” riferito a Giorgia Meloni. Michele Serra, dalle colonne di La Repubblica, non ha perso tempo. Con il piglio del professore severo che bacchetta l’alunno indisciplinato, ha lanciato una lezione di grammatica pubblica, accusando implicitamente la Premier di ignorare le regole basilari della lingua italiana. Secondo Serra e i difensori della purezza linguistica, “Presidente” è un participio presente e, come tale, è ambigenere. Si dice “Il Presidente” o “La Presidente”. “Presidenta” è un orrore, una forzatura, o peggio, un errore grossolano.
Tuttavia, ridurre tutto a una questione di sintassi significa non aver capito nulla del gioco in corso. L’attacco di Serra non è una difesa della Crusca; è un attacco politico. È il tentativo di delegittimare la figura della Premier dipingendola come inadeguata, incolta, non all’altezza della forma istituzionale richiesta. È la classica strategia della superiorità morale e culturale che la sinistra italiana ha cavalcato per decenni, spesso con risultati elettorali disastrosi.
La Trappola di Giorgia: Il Genio dietro l’Errore
Qui entra in gioco l’astuzia politica di Giorgia Meloni. Davvero qualcuno crede che il Presidente del Consiglio, circondato da uffici stampa e consiglieri, non conosca la grammatica italiana? O è più probabile che l’uso di “Presidenta” (o l’accettazione ironica di esso) sia una mossa calcolata?
Meloni sa perfettamente che il termine è grammaticalmente claudicante. Ma usandolo, o lasciando che venga usato in contesti informali mentre nei documenti ufficiali mantiene il rigoroso e maschile “Il Presidente del Consiglio”, compie un capolavoro di trolling politico.
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Smaschera l’ossessione “Woke”: Meloni usa la storpiatura per prendere in giro la tendenza ossessiva della sinistra di femminilizzare ogni carica (la sindaca, l’assessora, l’avvocata). Usando un termine quasi caricaturale come “Presidenta”, porta all’estremo la logica avversaria per ridicolizzarla.
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Attira l’odio dell’élite: Facendosi attaccare da figure come Serra, Meloni rafforza il suo legame con il “popolo”, che percepisce queste lezioni di grammatica come distanti e snob. “Loro guardano le vocali, io guardo ai problemi degli italiani”, sembra dire il sottotesto.
La Grammatica come Simbolo di Lotta di Classe
C’è un aspetto storico che viene spesso ignorato. L’Accademia della Crusca ha notato come il termine “Presidentessa” o varianti simili siano stati usati in passato in senso dispregiativo, spesso per sminuire donne di potere (ricordiamo gli attacchi a Laura Boldrini). Tuttavia, la situazione attuale è ribaltata.
Oggi, la spinta a modificare la lingua per riflettere la parità di genere è vista da una parte del paese come un progresso necessario, e dall’altra come una violenza alla tradizione, una dittatura del “politicamente corretto”. Serra difende l’ortodossia grammaticale (paradossalmente, in questo caso, opponendosi a una femminilizzazione forzata che solitamente la sua area politica sostiene), accusando la Meloni di storpiare la realtà.
È un paradosso narrativo affascinante: la Premier di destra viene accusata di manipolare il linguaggio, proprio l’accusa che la destra rivolge solitamente alla cultura Woke. Ma chi ci guadagna? Non certo la chiarezza.
Sostanza vs Forma: Il Pragmatismo Disarmante
Il punto di svolta, il turning point di questa commedia degli equivoci, arriva quando a Meloni viene chiesto direttamente come preferisce essere chiamata. La sua risposta è di un pragmatismo che disarma qualsiasi critico: “Chiamatemi come volete, non mi interessa”.

Questa frase è la pietra tombale sulla polemica di Serra. Meloni separa il piano della comunicazione (dove tutto è permesso e tutto è strategia) dal piano istituzionale. Dimostra che per lei la sostanza (essere arrivata a Palazzo Chigi, detenere il potere decisionale) è infinitamente più importante della forma (la desinenza del suo titolo). Mentre la sinistra si accapiglia su come chiamare il capo, la destra si concentra sul fare il capo. Serra, nel suo ruolo di “maestrino”, finisce per apparire come colui che guarda il dito mentre la luna (il potere politico reale della Meloni) splende altrove.
L’Ipocrisia del Dibattito e il Diversivo Perfetto
C’è una domanda che dobbiamo porci con onestà brutale: perché stiamo parlando di questo? Perché i giornali dedicano colonne intere a una “A” o una “E” finale? La risposta è tanto semplice quanto inquietante: è un diversivo. È un’arma di distrazione di massa.
Mentre il Paese affronta l’inflazione, la crisi energetica, le tensioni geopolitiche e problemi strutturali endemici, la politica e i media si rifugiano in una “guerra delle parole”. È una comfort zone per l’opposizione, che trova più facile attaccare la Meloni sulla sintassi che sui contenuti economici o sociali. Ed è una comfort zone anche per il governo, che è ben felice di vedere i suoi avversari perdere tempo in dispute nominalistiche che non interessano a nessuno fuori dalla ZTL di Roma o Milano.
La gente comune, quella che fa i conti con il carrello della spesa, percepisce questo dibattito come un insulto. La polarizzazione aumenta. Il cinismo dilaga. Se la politica è ridotta a una lezione di grammatica, il voto perde valore.
Conclusione: Chi ha vinto la guerra delle parole?
Alla fine di questa analisi, emerge una verità scomoda. Michele Serra, pur avendo tecnicamente ragione sulla grammatica (sì, “Presidenta” è brutto e scorretto), ha perso la battaglia politica. Ha confermato lo stereotipo dell’intellettuale di sinistra scollegato dalla realtà, arrogante e pedagogico.
Giorgia Meloni, pur “sbagliando” l’italiano (volontariamente o meno), ha vinto la battaglia comunicativa. Ha dimostrato che la parità di genere non si ottiene cambiando le desinenze, ma conquistando le posizioni apicali. Ha usato l’errore come uno scudo e come una spada, lasciando che i suoi avversari si sfiancassero contro un mulino a vento linguistico.
La lezione che ne traiamo è amara: in Italia, la forma è diventata sostanza, ma non nel modo in cui intendeva Serra. La forma è l’arma con cui si distrae l’opinione pubblica, mentre la sostanza del potere rimane saldamente nelle mani di chi sa maneggiare non solo le leggi, ma anche le emozioni e le contraddizioni di un popolo stanco delle lezioncine.
Non lasciatevi ingannare dalla prossima polemica lessicale. Dietro ogni “errore” c’è una strategia. Dietro ogni “lezione” c’è un interesse. E mentre noi discutiamo, loro governano.
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